VIAREGGIO. Quella di oggi pomeriggio (mercoledì 17 ottobre) tra Reggiana e Viareggio sarà più di una semplice partita che mette in palio il passaggio al turno successivo della Coppa Italia di Lega Pro. Sarà una sfida tra due vecchie glorie della Serie A del tempo che fu, ovvero il tecnico degli emiliani Lamberto Zauli e quello dei bianconeri Stefano Cuoghi. Soprattutto, sarà una sfida tra chi ancora sogna di costruire un impianto tutto suo – il Viareggio – e chi, invece, uno stadio di proprietà lo ha già avuto – la Reggiana.

Il “Giglio”, recentemente ribattezzato “Stadio di Reggio Emilia Città del Tricolore”, è infatti passato alla storia come il primo impianto calcistico di proprietà di un club italiano, ricalcando il modello inglese. A caldeggiarne la costruzione negli anni Novanta fu Franco Dal Cin, presidente della Reggiana che aveva raggiunto la massima serie: il vecchio “Mirabello” iniziava a stare stretto al massimo dirigente granata.

Il Giglio… La prima pietra del nuovo stadio, da edificare in un’area non urbanizzata alla periferia della città, viene posta il 25 settembre 1994: otto mesi dopo, il 15 aprile 1995, si gioca la prima partita ufficiale contro la Juventus di Marcello Lippi, in seguito vincitrice dello scudetto. Il calcio italiano, per la prima volta, si dota di uno stadio di proprietà di una squadra e non di una pubblica amministrazione. Non solo: è anche il primo impianto battezzato con il nome di uno sponsor, in questo caso l’azienda casearia Giglio, il cui nome campeggiava sulle maglie dei granata.

Finanziato interamente da privati e costato 25 miliardi di lire, il “Giglio” presenta una serie di strutture decisamente avveniristiche per l’epoca, dai palchetti con frigobar e tv satellitare alle telecamere a circuito chiuso, passando per le panchine riscaldate con tanto di linea telefonica. Un impianto innovativo anche in materia di sicurezza: vengono sistemati dei tornelli – prontamente, e paradossalmente, rimossi – e si studia un sistema di vendita dei biglietti simile all’attuale tessera del tifoso.

Foto trc.mo.it

Dal Cin, già famoso per aver portato il brasiliano Zico all’Udinese negli anni Ottanta, mette in vendita abbonamenti pluriennali e palchi vip con contratti decennali per coprire le ingenti spese per la realizzazione dell’impianto e ottiene pure la sponsorizzazione del settore distinti e della curva degli ultras reggiani.

…e i petali. I granata, tuttavia, non sono paragonabili alle grandi del calcio italiano. E, dopo due anni nella massima serie, arriva la retrocessione in Serie B. Ma la dirigenza della squadra non si arrende e, semmai, vede nella caduta negli inferi il pretesto per ottenere una modifica al progetto originario, come raccontano Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Giuseppe Salvaggiulo nel libro “La colata”. Dal Cin si presenta in Comune e avanza la proposta di costruire un centro commerciale, “I Petali”, proprio a ridosso dello stadio: per la società sarebbe un’ulteriore fonte di risorse per allestire una squadra da Serie A.

“Gli unici a sostenermi furono l’allora sindaco Antonella Spaggiari e l’assessore all’urbanistica Angelo Malagoli”, ha raccontato pochi mesi fa Dal Cin in un’intervista alla Gazzetta di Reggio. “Ci vollero sei anni per approvare la variante allo stadio”. Nel caso specifico, si trattava di una variante urbanistica che avrebbe convertito la zona attorno al “Giglio” in un’area ad uso commerciale, inizialmente non prevista nel piano regolatore.

Giglio sfiorito. Nel frattempo la Reggiana sprofonda in Serie C1, dove si gioca la salvezza ai playout per ben tre volte in cinque stagioni. La società è sull’orlo del fallimento e Dal Cin cede il testimone a Ernesto Foglia nel 2002. L’imprenditore parmigiano si trova la strada spianata: il Comune ha approvato la variante urbanistica, adesso si può procedere alla realizzazione del centro commerciale. Quelle aree, ora, hanno un valore. Foglia fiuta l’affare e vende i diritti di superficie per 20 milioni di euro, secondo le stime del Comune.

Lo stadio si arricchisce dunque di un cinema multisala e di un centro commerciale con oltre 70 attività. “I Petali” vedono la luce nel 2007, ma intanto la società è fallita. Riparte dalla C2 grazie al Lodo Petrucci, sotto il nome di Reggio Emilia Football Club, mentre lo stadio finisce nelle mani di un curatore fallimentare.

Foto palco23.it

Nuova vita. Oggi il “Giglio” viene dato in concessione alla Reggiana, con un canone d’affitto piuttosto basso e con gli oneri della manutenzione straordinaria, mentre le aste per l’assegnazione rimangono prevalentemente deserte.

Lo scorso marzo, in occasione del derby con il Carpi, l’impianto è stato ritoccato e rinominato “Stadio di Reggio Emilia Città del Tricolore”, in onore alla città dove nel 1796 fu deciso di adottare il vessillo verde, bianco e rosso per rappresentare l’Italia. Una decisione che ha scatenato l’ira della Newlat, proprietaria del marchio Giglio.

L’amministrazione comunale e la Reggiana sostengono che il contratto di sponsorizzazione dell’azienda del latte sia terminato nel 2005, mentre la Newlat fa appello alla convenzione stipulata tra la Mirabello 2000, all’epoca una società immobiliare satellite della Reggiana, e il Comune sarebbe durata 50 anni, terminati i quali lo stadio sarebbe divenuto proprietà della pubblica amministrazione.

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