Foto Simone Pierotti

VIAREGGIO. Nessuno sa con assoluta certezza chi l’abbia edificato, con quale scopo e quando lo abbia fatto. La sua origine, insomma, è avvolta nel mistero. È, invece, tristemente nota la fine che ha fatto, abbandonato nella folta vegetazione della pineta di Levante e prigioniero della maleducazione di chi lo usa come una sorta di rifugio. È un simbolo dal passato oscuro e dal presente desolante, il “fortino” che si trova in una delle due pinete viareggine, non lontano dalla zona degli impianti sportivi in Darsena.

Della sua storia se ne sono occupati alcuni studenti dell’istituto commerciale “Piaggia” di Viareggio nell’ambito di un progetto per un concorso: si sono affidati alla guida ambientale Bartolomeo Puccetti e a una delle memorie storiche della Darsena viareggina, quel Brunello Puccetti noto nel quartiere con il soprannome di “Pistò”.

Sull’origine del “fortino” sono state avanzate varie ipotesi: si dice che la sua costruzione risalga alla prima metà dell’Ottocento e che fungesse da edificio di servizio per Villa Borbone, edificata nel 1821. Un’altra ipotesi è che il fortino sia stato realizzato nel 1868, come struttura di supporto al Balipedio, il grande campo di tiro a segno che fu sabotato nel gennaio 1944. Ancora, c’è chi sostiene che fu opera dei tedeschi all’epoca della Seconda guerra mondiale.

Foto Simone Pierotti

In realtà, l’ipotesi più probabile è che il fortino risalga addirittura al 1770, per iniziativa della Repubblica di Lucca per difendersi dagli attacchi dei nemici: potrebbe aver subìto delle modifiche mezzo secolo più tardi alla luce della costruzione di Villa Borbone.

Il fortino presenta un piccolo edificio principale, probabilmente una stanza dove dormivano i soldati, circondato da un muro rivolto verso l’entroterra e retto ai lati da due strutture portanti costruite con dei mattoni. “Usavamo questi appoggi a mo’ di scivoli, perché alla base del fortino c’era la sabbia”, racconta “Pistò”, il cui padre e nonno furono i guardiani del Balipedio. I suoi ricordi sono tutt’altro che sbiaditi: basta fare un salto al fortino per ammirare effettivamente alcune incavature nei mattoni, provocate dalle suole delle scarpe che scivolavano sui laterizi. L’edificio era poi sovrastato da una piazzola dove veniva collocate delle mitragliatrici.

Come racconta “Pistò”, il fortino era il teatro di appassionanti “foe” con le “forcelle”, ossia interminabili sfide tra ragazzini a colpi di fionde realizzate con il legno dei pini caduti. Siamo negli anni prima e dopo la Seconda guerra mondiale. “Noi della Darsena erimo ricchi”, prosegue “Pistò” parlando in inconfondibile vernacolo viareggino. “Avevamo la pineta, il moletto, le spiagge, le Darsene: chi abitava dall’altra parte di Viareggio non aveva tutto questo. Le sfide più belle erano con i ragazzi della Stazione Vecchia. Oggi fa strano sentire questi racconti, ma noi all’epoca ci divertivamo davvero così.” Niente diavolerie tecnologiche, insomma: bastavano due stecchi di legno, qualche amico e un pizzico di immaginazione.

Foto Simone Pierotti

Ma il fortino era anche la proverbiale ‘capanna’ dei ‘due cuori’: tanti viareggini, infatti, lo ricordano come un luogo in cui erano soliti appartarsi con le rispettive fidanzate per “fa’ flanella”. La struttura si presentava ricca di rovi di more e, non a caso, Egisto Malfatti cantava in “Miriordo”: “Se domani ti porto a fa’ more, tu’ madre se occorre, che cosa dirà”.

Oggi, invece, è diventato il momentaneo rifugio di qualcuno: nelle vicinanze del fortino, nascoste tra alberi e cespugli, si possono rinvenire biciclette e sellini, oltre ad immondizia di vario genere. Degrado e trascuratezza, insomma, la fanno da padroni.

Eppure, i ragazzi del “Piaggia” erano persino riusciti ad ottenere dall’Ente Parco l’autorizzazione a sfoltire la vegetazione per riportare alla luce il fortino con l’aiuto degli operatori del Comune di Viareggio. Ma l’operazione non è mai andata in porto. Impedendo, di fatto, di restituire dignità e di dare un futuro al fortino senza passato.

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