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VIAREGGIO. Tempi duri per gli sportivi perugini: se meno di dieci anni fa – non certo un’era geologica – andavano allo stadio per ammirare i campioni di Juventus, Inter e Milan, oggi devono accontentarsi di Viareggio, Pisa e Nocerina. Che presentano gli stessi colori sociali delle tre grandi appena menzionate, ma non possono certo vantare il medesimo prestigio. Ne sono consapevoli quanti seguono le sorti del Perugia, un’altra delle nobili decadute che il Viareggio trova lungo il suo cammino in questa stagione.

Il pallone inizia a rimbalzare tra i palazzi medievali del capoluogo umbro oltre un secolo fa: è il 1901 quando l’Us Braccio Fortebraccio, associazione sportiva locale, fonda la propria sezione calcistica che, quattro anni dopo, unirà le proprie forze con la Libertas dando vita all’Associazione Calcio Perugia. Le prime stagioni sono caratterizzate da molto romanticismo e poche ambizioni: la squadra, in assenza di un vero e proprio stadio, gioca in Piazza d’Armi e partecipa a tornei vari, sfidando altre società umbre o delle regioni confinanti.

Il calcio a Perugia fa un significativo passo in avanti negli anni Trenta, quando la società si ritaglia per la prima volta un posto in Serie B al termine della stagione 1932-33. Due anni dopo, però, gli umbri retrocedono ancora: per ritornare nell’anticamera del massimo campionato devono attendere il dopoguerra, salvo poi sprofondare nuovamente nelle categorie inferiori. Ma qualcosa sta per cambiare: l’imprenditore locale Lino Spagnoli forma il Grifo, sorta di società satellite da cui il Perugia, stabilizzatosi in Serie C, attinge a piene mani, nel 1950. E, soprattutto, assume la presidenza della prima squadra nel 1966.

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Grazie alla nuova dirigenza i tifosi biancorossi iniziano a sognare: al primo colpo, infatti, Spagnoli conquista la Serie B. Perugino è il presidente, perugino è anche Eros Lolli, marcatore del gol contro la Sambenedettese che spalanca le porte del campionato cadetto. Il Perugia mantiene saldamente la categoria per sette stagioni, fino al 1975 quando arriva la prima volta più attesa, quella chiamata Serie A: il merito è anche dell’allenatore, ed ex attaccante biancorosso, Ilario Castagner.

Il tecnico di Vittorio Veneto è uno dei volti nuovi della società, passata adesso nelle mani di Franco D’Attoma, che affianca a Castagner un braccio destro affidabile come Silvano Ramaccioni. I due compiono subito un prodigioso, portando il Perugia all’ottavo posto. È il Perugia di Renato Curi, condottiero del centrocampo con un cuore immenso, del dribblomane Walter Novellino, della mezzala valdarnese Franco Vannini e del roccioso centrocampista Paolo Sollier, militante di Avanguardia operaia: il suo saluto con il pugno sinistro chiuso esalta i tifosi biancorossi, gran parte dei quali è schierata a sinistra.

Il Perugia naviga per sei stagioni nella massima serie. Sono anni densi di soddisfazioni: già al primo anno nello stadio di Pian di Massiano escono sconfitti il Torino poi campione d’Italia, la Lazio e la Juventus – i bianconeri perdono lo scudetto all’ultima giornata, castigati da un gol di Curi -, poi toccherà anche anche al Milan. Nel 1978-79, poi, i grifoni sfiorano addirittura lo scudetto: chiudono al secondo posto, trascinati da Salvatore Bagni e Walter Speggiorin, e si qualificano per la Coppa Uefa. Mai nella storia della Serie A a girone unico una squadra aveva terminato imbattuta la stagione.

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Non mancano, tuttavia, anche le tragedie: è il 30 ottobre 1977 quando, durante il secondo tempo del match casalingo contro la Juventus, Curi si accascia improvvisamente al suolo. Il suo cuore indomito cede: il guerriero muore a soli 24 anni. Impensabile non intitolargli lo stadio dove gioca la sua battaglia. Due anni dopo l’impresa del secondo posto, per il Perugia iniziano i tempi bui: l’attaccante Paolo Rossi e i compagni di squadra Della Martira e Zecchini finiscono nel ciclone del Totonero. Per la società è un contraccolpo psicologico che porta a un’inevitabile retrocessione nel 1981.

Tra alti e bassi, tra retrocessioni a tavolino – Totonero-bis e Caso Siracusa-Perugia – e piccole gioie, il Perugia ritrova la massima serie solamente nel 1996, anno in cui gli umbri conquistano anche lo storico scudetto nel campionato Primavera: l’artefice dei rinnovati successi è il vulcanico Luciano Gaucci, divenuto presidente cinque anni prima. L’imprenditore romano è protagonista anche a Viareggio, dove gli umbri partecipano alla Coppa Carnevale: nel 1995 i grifoni battono la Fiorentina in semifinale, ma la vittoria viene subito annullata. Il Perugia ha effettuato dei cambi nei tempi supplementari, contravvenendo così al regolamento del torneo. Gaucci, furioso, si presenta nell’allora sede del Cgc in via Duse, ma viene prontamente allontanato da un dirigente bianconero.

Il paradiso, però, dura appena un anno: al termine della stagione 1996-97 il Perugia cade ancora. Per la risalita Gaucci si affida, a sorpresa, a Castagner. Il trainer veneto non si fa sopraffare dalla nostalgia e, dopo il drammatico spareggio di Reggio Emilia con il Torino, i grifoni volano ancora in Serie A, dove diventano arbitri del campionato all’ultima giornata per ben due volte: nel 1998-99 il ko interno con il Milan coincide con lo scudetto dei rossoneri ma anche con la salvezza degli umbri, l’anno successivo la staffilata di Calori sotto l’acquazzone strappa dalle maglie della Juventus un tricolore che sembrava ormai cucito.

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Dopo l’addio di Castagner e la parentesi di Carlo Mazzone, sulla panchina biancorossa arriva Serse Cosmi: lo rendono celebre l’imitazione di Maurizio Crozza a “Mai dire gol” ma anche i buoni risultati ottenuti in quattro anni – ottavo nel 2001-02, nono nel 2002-03 e conquista del Trofeo Intertoto l’anno dopo. Quel Perugia sfoggia futuri campioni del mondo – il difensore Marco Materazzi, che segna 12 gol in una sola stagione, e il terzino Fabio Grosso – e d’Europa – i greci Traianos Dellas e Zisis Vryzas – e il celebre coreano Ahn Jung-Hwan, al quale Gaucci rinfacciò platealmente il gol che eliminò l’Italia ai Mondiali del 2002. Ma non mancò anche qualche oggetto misterioso: se il patron aveva azzeccato l’acquisto di Hidetoshi Nakata nel 1998, lo stesso non può dirsi dei vari Jay Bothroyd, Al-Saadi Gheddafi, Ma Mingyu e Ali Samereh.

Tornato in Serie B al termine dello spareggio promozione-retrocessione con la Fiorentina nel 2004, il Perugia saluta definitivamente il massimo campionato: persa la finale playoff con il Torino, al club viene pure revocata l’affiliazione alla Figc a causa dei debiti e, una volta beneficiato del Lodo Petrucci, si iscrive alla Serie C1 con il nome Perugia Calcio. Gaucci, che nel frattempo ha ceduto il testimone al figlio Alessandro, finisce nel registro degli indagati con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta: si rifugia nella Repubblica Dominicana, da dove patteggia una pena di tre anni poi indultata.

Il suo Perugia, nel frattempo, naufraga nuovamente: dopo cinque anni di C1, sotto la presidenza di Leonardo Covarelli, già numero uno del Pisa, gli umbri vanno incontro a un nuovo fallimento nel 2010 e sotto il nuovo nome di Asd Perugia Calcio ripartono dalla Serie D. Questa volta il purgatorio dura poco, pochissimo: i biancorossi vincono campionato e Coppa Italia e, una volta in Seconda Divisione, centrano la seconda promozione consecutiva. I grifoni, piano piano, provano a volare nuovamente lassù.

 @GorskiPark

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