La crisi d'identità del Viareggio: carenze mentali, non tecniche - Calcio, Sport, Viareggio Versiliatoday.it

La crisi d’identità del Viareggio: carenze mentali, non tecniche

VIAREGGIO. Inutile girarci intorno: il Viareggio ha una crisi d’identità. Non lo scopriamo certo adesso, perché i segnali erano evidenti già dall’estate scorsa, bastava solo rendersene conto. Cristiano Lucarelli invoca il pugno duro, fa allenare la squadra anche quando potrebbe godere del giorno di riposo, pur sapendo che a questo punto salvare la faccia è l’unico obiettivo da perseguire da qui al 4 maggio, quando calerà il sipario su una stagione strana, ai limiti dell’indecifrabile.

Il fatto che non ci fossero retrocessioni e che nessuno, realisticamente, aveva alzato l’asticella del traguardo da raggiungere – il nono posto che vale l’accesso ai play-off – non giustifica l’atteggiamento delle zebre in più di una partita, specie nel 2014. Lucarelli le ha provate tutte, dal “bastone” di Grosseto, alla minaccia di dimissioni post-Prato. I difetti mentali del Viareggio, paradossalmente, affiorano in superficie anche nelle situazioni dove si dovrebbe unicamente pensare a godere e a quanto si deve essere orgogliosi dei colori bianconeri (la gara vinta col Lecce il 7 marzo). Dopo appena nove giorni la squadra ha offerto una prova sbalorditiva, in negativo, ad Ascoli contro una rivale che, tecnicamente, non vale certamente più di Vannucchi e compagni. I grossolani errori di Lamorte e Conson hanno spianato la strada ai marchigiani, vero, ma sarebbe riduttivo restringere il campo delle critiche a due soli episodi.

Lucarelli non si è nascosto, ha ammesso che su difetti mentali così evidenti c’è poco da fare, fugando i dubbi sul fatto che – qualora resterà a Viareggio – il prossimo anno allestirà una rosa completamente diversa, compatibilmente con le disponibilità economiche della società, questo è chiaro. Il tecnico vuole coraggio, grinta, personalità, voglia di fare. Ad Ascoli, come contro il Prato, la Salernitana, a Gubbio (nel secondo tempo) non si è visto niente di tutto questo. Lacune gravi, tenendo sempre a mente il fatto che non ci sono retrocessioni e che dunque si può giocare con la testa sgombra.

Dovrebbero ritenersi fortunati i giocatori che indossano la maglia bianconera, perché a differenza di altre realtà, qui lo stipendio non è un’utopia ma una solida certezza. Impegno e motivazioni non dovrebbero mai mancare, anche se non si scende in campo per obiettivi concreti. Voltarsi indietro e tornare sul viale dei ricordi, magari, servirà a poco. Giocatori come Lorenzo Fiale, Sergio Carnesalini (quando ancora era un difensore, prima di diventare consulente di mercato) e, ultimo in ordine di tempo, Samuele Pizza, però, erano esempi da seguire fedelmente e da cui imparare tanto, se non tutto.

Sorge un dubbio, a questo punto. Siamo sicuri che questa squadra sarebbe stata in grado di approcciare come si deve un eventuale play-out?

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Aggiornato il: 18-03-2014 18:30