VIAREGGIO. Nuovo appuntamento con FeliceMente, la rubrica di VersiliaToday dedicata alla mente e alla sua conoscenza, curata dalla dottoressa Valentina Aletti. Questa settimana l’articolo è firmato da Federica Piccinelli, psicologa, specializzanda in psicoterapia familiare e relazionale.

La dis-abilità tra i banchi di scuola

(Fonte: MIUR) Cresce il numero di alunni con disabilità nella scuola statale italiana: dai 202.314 dell’anno scolastico 2012/2013 ai 209.814 del 2013/2014 (+3,7%). Gli alunni con disabilità sono circa il 2,5% sul totale degli alunni (1,3% nella scuola dell’infanzia, 3% nella scuola primaria, 3,7% nella scuola secondaria di I grado e 2% nella scuola secondaria di II grado).

L’articolo 12 della legge 104/92 garantisce il diritto all’integrazione nelle classi e scuole di ogni ordine e grado per tutti gli alunni in situazione di handicap.

Sebbene l’accoglienza degli alunni con disabilità nelle scuole italiane non sia un avvenimento costituitosi di recente, ad oggi il tema, non risulta essere esente da discussioni o controversie. Non sempre infatti genitori di bambini con sviluppo tipico che si ritrovano ad iscriverli in una classe in cui sia presente un bambino con certificato di disabilità, lo fanno “a cuor leggero”; spesso invece soccombono preoccupazioni al riguardo.

Prima di tutto mi sento di dire che come ogni bambino ha la propria individualità che lo contraddistingue dagli altri, il mondo dei bambini con disabilità è altrettanto variegato e complesso. Esattamente come un bambino con sviluppo tipico, altrettanto questi, che per l’approccio medicalizzato occidentale portano con sè un’etichetta, dispongono di bisogni, paure, sensazioni, emozioni, pensieri, interessi, curiosità, motivazioni che gli spingono in determinate direzioni rispetto ad altre, inclinazioni, fantasie, preferenze, risorse, fragilità e insicurezze.

Capita però a volte di soffermarsi troppo sugli aspetti ed conseguenze negative che il sintomo, e tutto il ventaglio di manifestazioni che esso comporta, può provocare nel contesto scuola e di classe. Il timore più ricorrente è che la sintomatologia dell’alunno, specie se grave, possa rallentare la classe nel proprio programma scolastico, possa “rubare tempo”. Il bambino potrebbe disturbare, deconcentrare, distogliere gli altri dal proprio apprendimento. Non nego che questo in parte possa avvenire, a maggior ragione se il disturbo dell’alunno svantaggiato risulta avere caratteristiche esternalizzanti (aggressività diretta all’esterno) piuttosto che internalizzanti (ritiro in sé stessi).

Si tratta però di riuscire a mettere sulla bilancia sia gli aspetti disturbanti che quelli riguardanti la potenzialità di questo incontro. Pensiamo infatti a tutte le possibilità che ci possono essere e che ciascun alunno può prendere e ricevere dal relazionarsi con le differenze che appartengono a ciascun coetaneo. Questi bambini possono rappresentare un’occasione per gli altri per poter arricchirsi dal punto di vista relazionale: in questo senso, come si sa, la differenza arricchisce. Parimenti, anche questi bambini, hanno necessità e diritto di relazionarsi con i propri pari e far esperienza di modi diversi di essere e comportarsi. Ecco che qui nasce uno scambio in cui entrambi offrono e prendono qualcosa dall’altro. I bisogni del bambino con disabilità infatti sono evidenti, palpabili, senza maschere, questo spesso induce i compagni di classe a comprenderli istintivamente e istantaneamente: i compagni sono portati a mettersi nei panni dell’altro, come non mai. Se con il coetaneo si contratta, si discute, si fanno giochi di forza, nel caso del compagno con disabilità si è immediatamente portati a metterci nei suoi panni. Questo processo stimola la qualità umana dell’empatia. Alcuni studiosi hanno evidenziato che il favorire lo sviluppo dell’empatia nei bambini, permette a sua volta di diventare sempre più coscienti e consapevoli di sé. Così possono esser messi temporaneamente da parte i propri bisogni ed è possibile cominciare ad ascoltarsi e ad ascoltare.

Tutto questo è sicuramente facilitato se le famiglie per prime abbandonano i pregiudizi verso la “diversità”. Credo che la scuola abbia il dovere morale di integrare le differenze, aiutando ogni alunno a sentirsi parte integrante di un gruppo, di una comunità “come in un’orchestra in cui ognuno, pur suonando uno strumento diverso, contribuisce alla buona riuscita dell’esecuzione del brano musicale”.

Penso altresì, che se le famiglie per prime si mostrano reticenti al tema, è difficile che il bambino riesca ad avvicinarvisi liberamente.

Un bambino che riesce a “vedere l’altro” è un bambino che riesce a portare rispetto per l’altro dove per questo, si intende diverso da sé: ecco che le prime barriere di fratellanza e di solidarietà per il prossimo si fanno spazio a scapito dell’egocentrismo e dell’eccessiva centratura su di sè. Questi valori si radicano e prendono vita, per poi fiorire in un’età più matura.

“Non dimentichiamo mai che la disabilità attraversa la vita, è nella vita, non è un destino fuori di noi” (D. Ianes)

 Federica Piccinelli

FeliceMente è curata da Valentina Aletti, psicologa clinica, laureata presso l’Università degli Studi di Firenze. Specializzanda in psicoterapia sistemico-relazionale ha conseguito master di perfezionamento in PNL , diagnosi e cura dei disturbi del comportamento alimentare e obesità , consulenza tecnica e peritale e disturbi dell’apprendimento e comportamento in età evolutiva. Per informazioni o richieste scrivere a:  [email protected]

Avvertenza: questa rubrica ha come fine quello di favorire la riflessione su temi di natura psicologica. Le informazioni fornite hanno carattere generale e non sono da intendersi come sostitutive di regolare consulenza professionale. Le mail saranno protette dal più stretto riserbo e quelle pubblicate, previo esplicito consenso del lettore, saranno modificate in modo da tutelarne la privacy.

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