Leggenda narra che sulle tribune dello stadio Olimpico di Torino, una volta conclusi i Giochi invernali del 2006, qualcuno abbia legato una Burlamacca alla ringhiera. Come a dire: il Carnevale è stato qui.

Ma il segno più tangibile di quel passaggio sono stati i mascheroni che i carristi viareggini modellarono per la cerimonia di chiusura del 26 febbraio 2006. Sessanta pezzi in cartapesta alti due metri e mezzo, più o meno grandi come una maschera isolata, dedicati agli Arcani dei tarocchi – le quindici carte moltiplicate per quattro – sfilarono sul campo da calcio in mezzo a ballerini e coreografi.

Sperava di esserci, Burlamacco, all’epilogo delle Olimpiadi invernali. Non fosse altro che il tema scelto per la cerimonia dal regista Daniele Finzi Pasca era proprio il Carnevale, nel pieno di festeggiamenti durante il periodo delle gare. Furono mesi di lunghe e pazienti trattative enel novembre 2005 arrivò la fumata, bianca come la neve sui cui si sarebbero sfidati gli sciatori a Torino.

Per il coordinamento del progetto dei mascheroni – costo 75mila euro, tutti a carico della Fondazione Carnevale – la scelta ricadde sui fratelli Cinquini. “Ci telefonò Guido Bimbi, all’epoca direttore artistico della Fondazione”, ricorda oggi Umberto a distanza di dieci anni precisi precisi. “A quel tempo io e mio fratello Stefano avevamo realizzato scenografie per eventi e spettacoli ma non eravamo in concorso né tra i carri né tra le mascherate. Per noi, e per tutto il movimento dei costruttori, fu indubbiamente una bella opportunità”.

Per la realizzazione dei tarocchi furono scritturati anche Jacopo Allegrucci, Michele Canova, Edoardo Ceragioli, Emilio Cinquini, Roberto De Leo, Marzia Etna, Giampiero Ghiselli, Carlo Lombardi, Alessandro Servetto, Enrico e Roberto Vannucci. “Era il biglietto da visita del nostro Carnevale su un palcoscenico di prestigio – prosegue Cinquini – come coordinatore del progetto avrei potuto benissimo alzare la voce e chiedere ai colleghi di rifare tutto laddove il risultato non fosse stato soddisfacente. Ma non ce ne fu bisogno: lavorammo tutti bene.

Foto Umberto Cinquini
Foto Umberto Cinquini
“Andammo più volte sia a Torino che a Milano, dove incontrammo il regista Finzi Pasca. In quattro mesi doveva essere tutto pronto. Oggi rimane il ricordo di un’esperienza straordinaria”. E anche di un curioso aneddoto legato al giorno della cerimonia: “Avevo libero accesso al manto erboso dello stadio di Torino e così chiesi che mi scattassero una foto con la Burlamacca sotto i cinque cerchi olimpici: si avvicinarono subito degli addetti alla sicurezza. Erano insospettiti dalla bandiera, mi chiesero cosa significasse: me la vidi davvero brutta.

“Nei giorni precedenti, poi, quando entravamo negli impianti che ospitavano le gare eravamo sottoposti a controlli di almeno venti minuti”.

Umberto e Stefano Cinquini figurano, così, tra i pochi costruttori nel mondo del Carnevale ad aver partecipato sia alla cerimonia di apertura dei Mondiali di calcio di Italia 90 che a quella di chiusura di Torino 2006. Con una differenza non di poco conto: “Nel 1990 il nome di Viareggio non comparve quasi da nessuna parte. A Torino, invece, eravamo sulle cartelle stampa distribuite ai giornalisti accreditati, ne parlarono i quotidiani, lo ricordarono in diretta mentre trasmettevano la cerimonia… il ritorno mediatico fu decisamente maggiore.

“Quando i carristi lavorano fianco e fianco per un evento che valorizzi il nostro lavoro non ce n’è davvero per nessuno”. Peccato, vien da pensare, che non accada così spesso.

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