Mussi, Lombardi, Femiano, la strage di Querceta di 40 anni fa

Mussi, Lombardi, Femiano, anche nelle piccole città la storia è fatta di personaggi e di date che rimangono scolpite nel tempo nella memoria collettiva: il 22 ottobre 1975 per Viareggio e la Versilia, è una di queste.

Quel giorno – quando l’Italia cominciava ad entrare nel pieno negli “anni di piombo” o nella “notte della Repubblica“– tre poliziotti vennero uccisi in un agguato al «Centoquindici» località al confine fra i comuni di Seravezza e di Pietrasanta, passata però agli archivi come la «strage di Querceta».

Mussi Lombardi Femiano commemorazione
Mussi Lombardi Femiano commemorazione

Le forze dell’ordine erano impegnate in un’operazione a largo raggio su tutta la costa dopo che nelle settimane precedenti si erano verificate rapine. Non solo: gli investigatori cercavano anche i terroristi che pochi giorni prima avevano ingaggiato un conflitto a fuoco nella piazza di Altopascio dopo un tentato assalto all’agenzia della Cassa di risparmio di Lucca.
Gli storici hanno definito che spesso il confine che criminalità comune e terrorismo non esisteva: c’era un’osmosi di uomini e di idee. Le rapine servivano per finanziare il movimento.

La Strage di Querceta

Sta di fatto che quella maledetta mattina, il brigadiere Gianni Mussi, 30 anni, di Massa, sposato con un figlio, la moglie in attesa del secondo; l’appuntato Giuseppe Lombardi, 54 anni, originario di Isernia, sposato, padre di due figli e l’appuntato Armando Femiano, 46 anni, casertano, spostato con tre figli persero la vita falciati dai colpi di mitra esplosi da Massimo Battini, 28 anni, nativo di Stazzema e Giuseppe Federigi, 20 anni di Stazzema.

Gravemente ferito Giovan Battista Crisci, 39 anni, sposato e padre di due figli. Per mesi ha lottato contro la morte. Ma ce la fece a sopravvivere.
I due banditi – rimasti pure loro feriti – vennero accompagnati al pronto soccorso dell’ospedale «Tabarracci»: l’ambulanza rischiò di essere rovesciata dalla gente che voleva farsi giustizia sommaria.

Per Viareggio e per la Versilia, quelle tre vittime – gente conosciuta da tutti, alla mano, integrate con la gente – generarono un dolore collettivo che cominciò ad allargarsi nel corso della mattinata mano a mano che le notizie prima sussurrate (inizialmente si era diffusa la voce che le vittime fossero tre carabinieri) e poi purtroppo confermate arrivarono in tutti i bar, nelle case, nelle scuole, nei cantieri, negli uffici.

Un dolore collettivo – non dimenticate: 40 anni fa non c’erano né Internet, né le televisioni commercili – che cominciò ad amplificarsi prima con i giornali, radio nazionali e poi con il «Gazzettino toscano», sempre radiofonico. Infine con il Tg delle 13,30. Il dramma diventò nazionale. Quindi collettivo.

Da tutta Italia arrivarono a Viareggio gli inviati di punta dei quotidiani. La città e la Versilia il giorno dopo scesero in piazza con uno sciopero generale contro il terrorismo. La città rispose presente anche nel giorno dei funerali solenni. Immagini indimenticabili.
Immagini e storie di tre uomini, tre servitori dello stato, che nessuno può dimenticare.
È un dovere e un obbligo che la città ha nei confronti dei loro figli.

Aggiornato il: 22-10-2017 9:01