Un presunto sistema studiato per drenare fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza attraverso progetti mai realizzati è finito sotto la lente della Procura Europea. L’inchiesta, denominata “Rete Gonfiata”, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di sette imprenditori e coinvolto diverse società operative tra Marche, Lazio e Toscana.
L’indagine, condotta dalla Guardia di Finanza di Macerata sotto il coordinamento dell’European Public Prosecutor’s Office di Bologna, ha raggiunto anche la provincia di Pistoia, individuata tra i territori interessati dal presunto meccanismo fraudolento.
Secondo gli investigatori, il sistema si sarebbe basato sulla presentazione di documentazione falsa per ottenere finanziamenti pubblici destinati alla digitalizzazione delle imprese. Al centro della vicenda ci sarebbe un content creator accusato di aver emesso fatture per prestazioni mai eseguite, attestando la realizzazione di piattaforme di commercio elettronico che, in realtà, non sarebbero mai state sviluppate.
Grazie a queste certificazioni, alcune aziende avrebbero ottenuto contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati previsti dal Pnrr. Una volta incassate le somme, il denaro sarebbe stato fatto rientrare attraverso ulteriori fatture per operazioni inesistenti emesse da una società riconducibile allo stesso imprenditore, consentendo la ripartizione dei fondi tra i soggetti coinvolti.
L’inchiesta stima un volume di false fatturazioni vicino al milione di euro. Prima che il sistema venisse bloccato, sarebbe già stata erogata una prima tranche di circa 500mila euro. I finanzieri sono riusciti a impedire il pagamento della parte restante e hanno avviato le procedure per recuperare le somme già corrisposte.
Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione, riciclaggio e autoriciclaggio. Cinque società sono inoltre chiamate a rispondere della responsabilità amministrativa degli enti.
Nel frattempo alcuni degli indagati hanno scelto di collaborare con la giustizia: tre persone fisiche e una società hanno avanzato richiesta di patteggiamento, risarcendo il danno e mettendo a disposizione complessivamente 270mila euro come restituzione del profitto ritenuto illecito.