È diventata definitiva la condanna nei confronti della donna ritenuta responsabile della morte del figlio di appena due anni e mezzo, precipitato dal sesto piano di un edificio di Livorno nell’agosto del 2023. La Corte di Cassazione ha confermato la pena di 19 anni di reclusione, disponendo inoltre tre anni di permanenza in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), come misura successiva alla detenzione.
I giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso della difesa, che chiedeva l’annullamento della sentenza d’appello e una nuova perizia psichiatrica, confermando invece quanto stabilito nei precedenti gradi di giudizio: la donna, una cittadina cubana di 41 anni, era affetta da un vizio parziale di mente al momento dei fatti, circostanza che ha inciso sulla determinazione della pena ma non sulla sua responsabilità penale.
La tragedia si consumò nella notte tra il 16 e il 17 agosto 2023. All’alba il piccolo arrivò all’ospedale di Livorno ormai privo di vita. In un primo momento la madre raccontò ai sanitari che il bambino si era sentito male dopo una caduta avvenuta il giorno precedente in un parco giochi di Tirrenia.
Le indagini, tuttavia, portarono rapidamente a una ricostruzione completamente diversa. L’autopsia evidenziò lesioni incompatibili con la versione fornita dalla donna, mentre le immagini delle telecamere di videosorveglianza permisero agli investigatori di ricostruire i suoi spostamenti. Madre e figlio erano entrati nel pomeriggio del 16 agosto in un condominio nella zona di Borgo Cappuccini, per uscirne soltanto alle 4,30 del mattino seguente, quando il bambino era già morto e veniva trasportato in braccio dalla donna.
Nel corso del processo di primo grado l’imputata modificò la propria versione dei fatti, sostenendo che il figlio le fosse accidentalmente scivolato dalle braccia mentre lo sporgeva dalla finestra per fargli prendere aria. La ricostruzione non convinse i giudici.
Una consulenza psichiatrica aveva accertato la presenza di un disturbo borderline della personalità e una capacità di intendere e di volere gravemente compromessa, ma non esclusa. In primo grado la Corte d’Assise di Livorno aveva inflitto una condanna a 20 anni di reclusione. Successivamente la Corte d’Assise d’Appello aveva ridotto la pena a 19 anni, mantenendo la misura di sicurezza. Con la decisione della Cassazione, la sentenza è ora definitiva.