Di Letizia Tassinari
Prendete un pomodoro bello rosso, maturo al punto giusto. Tagliatelo a metà. Poi prendete una fetta di pane, meglio se quello vero, con la crosta che scricchiola sotto i denti. E adesso arriva il momento più importante: strusciate il pomodoro direttamente sul pane.
Fino a quando la mollica diventa rossa, morbida e profumatissima.
Poi l’olio. Quello buono, senza lesinare. Una spolverata di sale e, se siete proprio nostalgici, si mangia così, con le mani.
Ecco la merenda.
Niente confezioni, niente pubblicità, niente ingredienti dai nomi impronunciabili. Solo pane, pomodoro, olio e quel sapore che sa di estate, di orto e di pomeriggi interminabili.
Era una di quelle cose che non si preparavano nemmeno davvero. Si improvvisavano. Il pomodoro era lì, il pane anche, e in pochi secondi nasceva qualcosa di buonissimo.
E poi c’era il rito della fetta: prima il pomodoro, poi l’olio, e attenzione a non inclinarla troppo, perché il rischio era quello di ritrovarsi con una goccia d’olio sul gomito!
Le nostre merende erano anche questo: un po’ di fame e tanta fantasia.
La settimana scorsa abbiamo ricordato pane, vino e zucchero, un altro piccolo capolavoro della cucina povera. Oggi cambiamo completamente sapore, ma non la sostanza: quella capacità tutta italiana di trasformare pochissimi ingredienti in qualcosa che ancora oggi, a distanza di decenni, ci fa venire l’acquolina in bocca.
E forse il segreto era proprio lì.
Non avevamo bisogno di molto per essere contenti.
Una fetta di pane bastava a farci merenda. Un pomodoro dell’orto la trasformava in una prelibatezza. Un giro d’olio la rendeva perfetta.
E se alla fine rimaneva un po’ di succo di pomodoro sulla fetta?
Naturalmente si faceva scarpetta.
Perché certe regole della tavola, quelle davvero importanti, non sono mai cambiate.
Pane, olio e pomodoro. Una merenda povera? Forse. Ma quanto era ricca di sapore.
