Il reato di tortura deve rimanere uno strumento per perseguire ogni forma di abuso, ma secondo il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) servono regole più precise per evitare che gli operatori impegnati negli istituti penitenziari possano trovarsi esposti a contestazioni penali per interventi effettuati durante situazioni di emergenza.
Il sindacato torna così a chiedere una revisione dell’articolo 613-bis del Codice penale, rilanciando l’analisi di Giovanni Battista de Blasis pubblicata sul blog della Polizia Penitenziaria. Al centro della richiesta c’è la necessità, secondo il SAPPE, di definire con maggiore chiarezza il confine tra uso legittimo della forza, eccesso e condotta riconducibile al reato di tortura.
La questione viene richiamata anche in relazione alla vicenda giudiziaria di San Gimignano, che ha coinvolto dieci appartenenti alla Polizia Penitenziaria e nella quale la Cassazione ha annullato la condanna disponendo un nuovo giudizio. Per il sindacato, il caso ripropone il tema dell’incertezza interpretativa sulla fattispecie di tortura.
“Il reato di tortura deve restare uno strumento efficace contro ogni abuso, ma deve avere confini chiari e rigorosi”, sostiene il Sappe. L’organizzazione sottolinea che chi opera nelle sezioni detentive deve poter intervenire quando è necessario tutelare la sicurezza e l’incolumità delle persone, senza vivere nell’incertezza sulle conseguenze penali di un intervento effettuato in una situazione critica.
Il sindacato afferma inoltre di denunciare da anni il rischio di denunce che considera strumentali nei confronti degli agenti. Secondo il Sappe, nelle carceri vengono segnalati numerosi episodi nei quali detenuti riferiscono presunte violenze e questo, sostiene l’organizzazione, può avere conseguenze sull’immagine e sulla reputazione degli appartenenti alla Polizia Penitenziaria.
Il principio rivendicato dal sindacato, comunque, non esclude la necessità di perseguire gli eventuali abusi. “Ogni abuso reale deve essere accertato e perseguito”, ribadisce il SAPPE, sottolineando però che una denuncia non dovrebbe tradursi automaticamente in una condanna sul piano mediatico e che la responsabilità penale deve essere accertata individualmente sulla base dei fatti e delle prove.
La richiesta viene motivata anche con le caratteristiche del lavoro quotidiano degli agenti. Una colluttazione, un’aggressione, un tentativo di autolesionismo o una resistenza violenta possono richiedere un intervento immediato e, in determinate circostanze, anche l’uso della forza. Secondo il SAPPE, proprio in questi frangenti è necessario che siano chiari i limiti entro i quali l’intervento dell’operatore è considerato legittimo.
Per il sindacato, la revisione della norma dovrebbe quindi distinguere in modo più netto tra forza necessaria e proporzionata, eccesso illecito e tortura, affrontando anche il tema delle responsabilità individuali quando un intervento coinvolge più operatori.
La discussione non riguarda soltanto il confronto sindacale. Il SAPPE richiama infatti anche l’attenzione sul fatto che la Cassazione ha fissato al 26 novembre 2026 l’udienza delle Sezioni Unite chiamate ad affrontare un rilevante profilo interpretativo relativo alla fattispecie di tortura commessa dal pubblico ufficiale.
Da qui l’appello rivolto a Governo e Parlamento: aprire un confronto sulla riscrittura dell’articolo 613-bis, mantenendo il reato e la possibilità di perseguire gli abusi, ma introducendo secondo il sindacato una maggiore certezza dei confini della norma per gli operatori penitenziari.
Il SAPPE chiede in sostanza che non siano lasciate ai singoli agenti le conseguenze di un quadro normativo che considera suscettibile di interpretazioni non sufficientemente definite: tutela contro gli abusi e certezza del diritto, nella posizione del sindacato, devono procedere insieme.