Maxi frode sull’Iva, arrestato a Lucca l’intermediario delle fatture false

LUCCA – È stato rintracciato e arrestato a Lucca, al termine di un’importante attività investigativa, un uomo residente in Svizzera ritenuto il principale collaboratore del promotore dell’associazione a delinquere al centro della maxi inchiesta sulla frode all’Iva da circa 100 milioni di euro.

Il suo ruolo, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stato quello di intermediario tra le società che avevano bisogno di fatture false e quelle che erano in grado di emetterle. Insieme a un altro soggetto avrebbe messo in contatto i due livelli del presunto sistema fraudolento, svolgendo così una funzione di collegamento all’interno dell’organizzazione.

L’arresto a Lucca rappresenta uno degli elementi di particolare rilievo dell’operazione condotta dai Nuclei di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Torino e Ancona, sotto il coordinamento della Procura europea di Torino.

L’inchiesta ha portato all’esecuzione di 11 misure cautelari in carcere e 7 misure interdittive nei confronti di complessivamente 18 indagati. Contestualmente è stato disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni e disponibilità finanziarie fino alla concorrenza di circa 25 milioni di euro.

Al centro dell’indagine c’è un presunto sistema internazionale di frode all’Iva nel commercio di materie plastiche, sviluppato attraverso una rete di società italiane ed estere.

La rete delle società cartiere

Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’associazione avrebbe avuto una base nelle Marche, per poi sviluppare ramificazioni in diverse regioni italiane e in altri Paesi europei.

Nel presunto meccanismo sarebbero state utilizzate società “cartiere” e società “filtro” con sede in Italia, Austria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania e Ungheria.

Si sarebbe trattato, in diversi casi, di società prive di una reale struttura operativa e di dipendenti, intestate a prestanome, utilizzate per simulare passaggi commerciali e finanziari.

Attraverso queste società sarebbero state documentate cessioni di merci che, secondo l’ipotesi investigativa, in gran parte non sarebbero mai avvenute nella realtà.

Le imprese italiane coinvolte avrebbero poi potuto utilizzare la documentazione fiscale per detrarre indebitamente l’Iva, mentre le società inserite nella catena avrebbero omesso di presentare le dichiarazioni fiscali e di versare l’imposta dovuta.

La stessa merce trasferita più volte

Uno degli aspetti ricostruiti dagli investigatori riguarda anche il movimento fisico delle merci.

Nelle prime fasi della presunta frode, le stesse partite di materiale sarebbero state trasferite dall’Italia, in particolare da Gorizia, verso l’Austria, nelle zone di Furnitz o Villach, e successivamente nuovamente in Italia.

Nel frattempo sarebbero state emesse diverse fatture che documentavano ulteriori cessioni a società dell’Est Europa, nonostante, secondo la ricostruzione investigativa, la merce non venisse effettivamente spedita verso quelle destinazioni.

In questo modo, sul piano documentale, la stessa partita di materiale sarebbe risultata protagonista di più operazioni commerciali, mentre fisicamente sarebbe rimasta sostanzialmente nello stesso circuito.

Il ruolo dell’intermediario arrestato a Lucca

È proprio all’interno di questa struttura che si inserisce il ruolo attribuito all’uomo residente in Svizzera e arrestato a Lucca.

Secondo quanto emerso dalle indagini, era il principale collaboratore del promotore dell’associazione e, insieme a un altro soggetto, avrebbe svolto una funzione di intermediazione.

In pratica, avrebbe messo in contatto le società interessate a ottenere fatture per operazioni inesistenti con quelle che, secondo l’ipotesi accusatoria, erano disponibili a emetterle.

Un’attività che avrebbe consentito di far incontrare domanda e offerta all’interno del presunto sistema fraudolento.

La sua individuazione a Lucca sarebbe stata possibile grazie a un’importante attività investigativa condotta dagli uomini della Guardia di Finanza, nonostante la sua residenza in Svizzera.

Un’inchiesta da 100 milioni

Le indagini, sviluppate anche attraverso intercettazioni, pedinamenti, osservazioni, accertamenti bancari e analisi delle banche dati, hanno consentito di ricostruire secondo gli investigatori i diversi livelli della presunta organizzazione.

Il periodo preso in esame va dal 2018 al 2022. In questo arco temporale sarebbero state emesse e utilizzate fatture per operazioni inesistenti per circa 100 milioni di euro.

Il danno complessivo ai bilanci dello Stato italiano e dell’Unione europea è stato quantificato in circa 25 milioni di euro, corrispondenti al profitto della frode contestata.

Nel complesso sono 56 le persone coinvolte a vario titolo e 42 le società, di cui 34 italiane e 8 estere.

Le imprese italiane avrebbero ricoperto, secondo la ricostruzione investigativa, diversi ruoli all’interno della catena, tra “missing trader”, “buffer” e “broker”. Le società estere avrebbero invece operato come “conduit”, facendo transitare attraverso di esse operazioni commerciali e finanziarie.

Anche finanziatori esterni

Nell’indagine sarebbe emerso anche un ulteriore livello dell’organizzazione: quello dei finanziatori esterni.

Secondo l’ipotesi accusatoria, alcuni soggetti avrebbero messo a disposizione dei promotori ingenti somme di denaro sotto forma di prestiti. Il denaro sarebbe servito ad alimentare il circuito dei pagamenti necessario a sostenere le operazioni commerciali simulate.

I proventi della frode sarebbero stati inoltre utilizzati per remunerare i soggetti coinvolti nei diversi livelli del sistema.

Oltre 140 finanzieri impegnati

Per eseguire le misure cautelari e le numerose perquisizioni sono stati impegnati oltre 140 militari della Guardia di Finanza dei Nuclei di polizia economico-finanziaria di Torino e Ancona.

Le operazioni hanno coinvolto anche i Reparti territorialmente competenti in Piemonte, Marche, Lazio, Veneto, Lombardia, Puglia e Calabria.

In campo anche le unità cinofile specializzate nella ricerca di denaro, i cosiddetti “cash dog”.

L’indagine ha consentito di ricostruire un presunto sistema transnazionale particolarmente articolato, partendo dalle attività investigative sviluppate in Italia e arrivando a individuare collegamenti con società e soggetti operanti in diversi Paesi europei.

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