Operai sfruttati per 13 ore al giorno, senza riposo e tra letti di fortuna: cinque misure cautelari

PRATO – Tredici ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette, senza contratti regolari, con pause per mangiare ridotte a una decina di minuti e senza giornate di riposo. Otto lavoratori, sette cittadini cinesi e un pakistano, sarebbero stati impiegati in queste condizioni in una stireria del distretto tessile pratese, dove gli investigatori hanno scoperto anche giacigli di fortuna ricavati dietro pile di scatoloni, in ambienti fatiscenti e ad alto rischio di incendio.

È il quadro emerso da un’indagine della Procura della Repubblica di Prato, guidata dal procuratore capo Luca Tescaroli, che ha portato all’applicazione di misure cautelari nei confronti di cinque cittadini cinesi e al sequestro di circa 20mila euro, somma ritenuta corrispondente al profitto dei reati contestati.

Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura. Due imprenditori, un uomo di 41 anni e una donna di 39, entrambi originari della provincia cinese dello Zhejiang, sono destinatari del divieto di dimora nella provincia di Prato e del divieto, per dodici mesi, di esercitare attività d’impresa o ricoprire incarichi direttivi in società e imprese. Il divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali o uffici direttivi è stato disposto anche per altri tre cittadini cinesi: un uomo di 38 anni, formalmente amministratore e legale rappresentante dell’impresa, e due familiari, un uomo di 69 anni e una donna di 64.

I reati contestati sono sfruttamento del lavoro, intermediazione illecita e impiego di manodopera straniera priva di regolare permesso di soggiorno. Si tratta di contestazioni formulate nella fase delle indagini preliminari: le responsabilità degli indagati dovranno essere accertate nel corso del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.

La stireria e il sistema delle intestazioni fittizie

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le condotte sarebbero andate avanti almeno dal novembre 2023. I due imprenditori, che avrebbero gestito di fatto l’attività attraverso anche l’utilizzo di prestanome, avrebbero impiegato otto persone senza regolari contratti di lavoro, imponendo condizioni incompatibili con le tutele previste dalla normativa e dalla contrattazione collettiva.

Tra i lavoratori ci sarebbe stata anche una cittadina cinese formalmente titolare di un’altra stireria, ma che, secondo gli accertamenti, lavorava in nero nell’impresa sottoposta a indagine, con orari che arrivavano a circa tredici ore quotidiane.

Un elemento centrale dell’inchiesta è rappresentato dall’analisi della documentazione aziendale extracontabile. Proprio attraverso questi approfondimenti, la Guardia di Finanza avrebbe ricostruito il ruolo dei gestori effettivi, riconducibili a un gruppo familiare già attivo da tempo nello stesso settore.

Gli investigatori hanno inoltre individuato un meccanismo di avvicendamento solo formale delle imprese. Negli ultimi cinque anni, nello stesso luogo di attività si sarebbero succedute tre diverse ditte individuali. Un sistema che, secondo l’ipotesi investigativa, si inserirebbe in un più ampio meccanismo di imprese cosiddette «apri e chiudi», finalizzato anche a sottrarre fraudolentemente beni al pagamento di imposte e contributi.

Camere ricavate con cartoni e legno, rischio incendio

Particolarmente allarmanti le condizioni riscontrate durante i controlli. Nascoste dietro cataste di scatoloni, sarebbero state individuate strutture di fortuna costruite con cartone e materiale legnoso, utilizzate come camere da letto. Spazi privi dei requisiti minimi di abitabilità e dotati di apparecchiature elettriche collegate a prese multiple sovraccariche, con un conseguente rischio di incendio.

Non soltanto lo sfruttamento lavorativo, dunque, ma anche un quadro di gravi criticità sul fronte della sicurezza. Le attrezzature utilizzate per lavorare presentavano carenze manutentive ed erano sprovviste di adeguati dispositivi di protezione contro i contatti accidentali tra macchinari e operatori.

I lavoratori, inoltre, sarebbero stati impiegati senza aver ricevuto la necessaria formazione sui rischi specifici delle mansioni svolte e sulle misure di prevenzione e protezione.

Nell’inchiesta compare anche la figura di un consulente italiano per la sicurezza, indagato per concorso in falso in atto pubblico per induzione e destinatario di un decreto di perquisizione. Secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe predisposto falsi attestati di partecipazione ai corsi di formazione dei lavoratori, consentendo così all’impresa di far apparire adempiuti gli obblighi imposti dall’Asl e di ottenere l’estinzione di contravvenzioni. Anche per lui le contestazioni dovranno essere verificate nel corso del procedimento.

La Procura segnala che il coinvolgimento di consulenti compiacenti sta emergendo con crescente frequenza nelle indagini sullo sfruttamento lavorativo e sugli infortuni sul lavoro.

Decisiva la denuncia di un lavoratore pakistano

A consentire agli investigatori di ricostruire le condizioni di lavoro e individuare i presunti gestori effettivi è stata anche la collaborazione di un lavoratore pakistano, che ha denunciato la propria situazione e quella dei colleghi, contribuendo concretamente allo sviluppo delle indagini.

La Procura di Prato sottolinea il valore di queste testimonianze, considerate fondamentali per far emergere situazioni di sfruttamento che altrimenti rischierebbero di rimanere sommerse.

I numeri forniti dall’ufficio guidato da Luca Tescaroli fotografano un’attività significativa: dal febbraio 2025 sono state registrate 225 collaborazioni da parte di lavoratori stranieri. Per 103 di loro la Procura ha chiesto il rilascio del permesso di soggiorno; in diversi casi sono state richieste anche misure di protezione e l’assegnazione di alloggi, nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto il 15 ottobre 2025.

L’indagine con Guardia di Finanza, Asl e Inps

L’attività investigativa è stata condotta con il supporto del Gruppo della Guardia di Finanza di Prato, del Gruppo anti-sfruttamento dell’Asl Toscana Centro e dell’Inps di Prato.

La Procura ha inoltre chiesto alla Regione Toscana di rafforzare il gruppo anti-sfruttamento dell’azienda sanitaria, alla luce dell’aumento delle attività e dei risultati ottenuti.

Il sequestro di circa 20mila euro completa, sul versante patrimoniale, il quadro degli interventi disposti nell’inchiesta. L’obiettivo dichiarato dalla Procura è colpire non soltanto le condotte di sfruttamento, ma anche i vantaggi economici che ne deriverebbero.

Perché dietro le irregolarità lavorative non ci sarebbe soltanto la violazione dei diritti delle persone, ma anche un sistema capace di alterare la concorrenza, penalizzando le aziende che rispettano le regole e sostengono i costi previsti per salari, contributi e sicurezza. Un fenomeno che la Procura di Prato punta a contrastare attraverso indagini patrimoniali, controlli e la collaborazione dei lavoratori coinvolti.

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