Corso di arabo per i poliziotti, il Cosap insorge: “L’integrazione parte dall’italiano”

LIVORNO – Un corso di lingua e cultura araba rivolto agli operatori delle forze di polizia accende il confronto sul tema dell’integrazione. A contestare il progetto pilota presentato a Livorno da alcune sigle sindacali e realtà locali è la segreteria nazionale del Cosap, che esprime una netta contrarietà all’iniziativa e chiama in causa direttamente il Governo e il Ministero dell’Interno.

La posizione del sindacato è chiara: la priorità deve essere l’apprendimento della lingua italiana da parte di chi sceglie di vivere nel nostro Paese, senza trasferire sugli agenti di polizia il compito di adattarsi linguisticamente alle comunità straniere presenti sul territorio.

Nella nota, il Cosap definisce il progetto un’iniziativa ideologica che, a suo giudizio, rischia di capovolgere le responsabilità dell’integrazione e di sminuire il ruolo istituzionale degli operatori in divisa.

“La lingua italiana è il primo strumento di integrazione”

Per il Cosap, la conoscenza dell’italiano rappresenta il presupposto fondamentale per partecipare alla vita sociale e rispettare le regole del Paese. Il sindacato sostiene che l’integrazione debba fondarsi sull’apprendimento della lingua nazionale, sul rispetto delle leggi e sulla condivisione dei principi costituzionali.

L’organizzazione contesta quindi l’idea che la formazione linguistica degli agenti possa diventare la risposta alle difficoltà di comunicazione con le persone di origine straniera.

A sostegno della propria posizione, il sindacato richiama anche altri contesti territoriali: cita Prato, dove è presente una significativa comunità cinese, e Brindisi, facendo riferimento alla presenza di cittadini albanesi. Da qui una domanda provocatoria: seguendo la stessa logica, si dovrebbe chiedere agli agenti di apprendere anche il cinese o l’albanese?

Un ragionamento con cui il COSAP intende mettere in discussione il criterio alla base del progetto livornese.

La critica alla gestione dell’integrazione

Nel documento, il sindacato riconosce l’importanza di rispettare le culture di provenienza, ma sostiene che questo principio debba accompagnarsi alla conoscenza dell’italiano e all’osservanza delle regole comuni.

Secondo il Cosap, lo Stato mette già a disposizione degli immigrati regolari strumenti per favorire l’inserimento nella società, attraverso la scuola, l’assistenza sanitaria, il welfare e le opportunità lavorative. A queste possibilità, afferma l’organizzazione, dovrebbe corrispondere un impegno concreto nell’apprendimento della lingua e nella partecipazione alla vita della comunità nazionale.

La nota critica inoltre il rischio che la formazione degli appartenenti alla Polizia di Stato diventi terreno di iniziative sperimentali promosse da realtà locali o organizzazioni sindacali. Per il Cosap la preparazione degli agenti deve restare legata alle esigenze istituzionali e professionali del servizio.

L’appello al Governo e al Ministero dell’Interno

Il sindacato chiede un intervento dell’Esecutivo, del Ministero dell’Interno e del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. L’obiettivo dichiarato è ottenere una presa di posizione chiara sulla centralità della lingua italiana e sulle modalità con cui vengono organizzate le attività formative rivolte alle forze dell’ordine.

“La lingua comune è l’unico strumento che rende i diritti comprensibili e i doveri riconoscibili ed esigibili”, sostiene il Cosap, ribadendo che agli agenti non dovrebbe essere chiesto di compensare, attraverso l’apprendimento di altre lingue, quelle che il sindacato considera carenze delle politiche di integrazione.

Il comunicato, firmato dal segretario generale nazionale Scalzo, riporta così al centro del dibattito il rapporto tra formazione delle forze dell’ordine, comunicazione con le comunità straniere e politiche di inclusione.

Resta da chiarire quali siano gli obiettivi didattici del progetto pilota, a chi sia destinato e quali competenze linguistiche intenda fornire agli operatori. Elementi che consentirebbero di conoscere più compiutamente l’iniziativa, al di là delle contrapposizioni politiche e sindacali.

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