Operai in nero costretti a turni di 16 ore, paghe da fame e un dormitorio lager: maxi operazione contro lo sfruttamento

Sedici lavoratori completamente in nero, dodici dei quali senza permesso di soggiorno, turni massacranti fino a 16 ore al giorno, paghe a cottimo di pochi centesimi per ogni capo confezionato e un dormitorio ricavato all’interno dell’azienda in condizioni definite di estremo degrado. È il quadro emerso dall’inchiesta della Procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Tescaroli, che ha portato agli arresti domiciliari di un imprenditore cinese, gestore di fatto di un’azienda di confezionamento di abbigliamento formalmente intestata a un’altra persona.

L’ordinanza, emessa dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura, dispone anche l’applicazione del braccialetto elettronico. All’imprenditore vengono contestati, a vario titolo, i reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, oltre all’impiego di manodopera straniera priva di permesso di soggiorno. Il giudice ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza e il concreto rischio di reiterazione dei reati e di inquinamento probatorio.

L’indagine ha portato alla luce una situazione di sfruttamento sistematico. Nell’opificio lavoravano 16 persone senza alcun contratto, di cui 12 irregolari sul territorio nazionale. Le telecamere installate dagli investigatori hanno documentato giornate lavorative di 15-16 ore, per sei o sette giorni alla settimana, con retribuzioni a cottimo comprese tra 40 centesimi e 2 euro per ogni capo realizzato, in base alla complessità della lavorazione.

Le verifiche hanno inoltre evidenziato un’anomalia significativa: sulla carta risultavano assunti una decina di dipendenti, ma durante l’intero periodo di monitoraggio nessuno di loro è mai stato visto lavorare nell’azienda. Secondo la Procura, il gestore si occupava direttamente dell’approvvigionamento della materia prima e della consegna dei capi finiti ai committenti.

Particolarmente grave la situazione abitativa scoperta dagli investigatori. All’interno della struttura era stato ricavato un dormitorio composto da otto stanze, ottenute con pareti in cartongesso, dove vivevano 14 lavoratori. Tutti condividevano un unico bagno, in un contesto descritto dagli inquirenti come di estremo degrado.

L’inchiesta è partita dalla denuncia di una lavoratrice che aveva chiesto il pagamento degli stipendi arretrati. Secondo quanto ricostruito dalla Procura, la donna sarebbe stata aggredita dall’imprenditore, che le avrebbe scagliato contro un ventilatore, provocandole la frattura della quinta costola destra, contusioni alla caviglia, ematomi al volto e alla coscia e un trauma cranico non commotivo, con una prognosi iniziale di 25 giorni.

Dopo l’intervento delle forze dell’ordine, i lavoratori hanno deciso di collaborare con gli investigatori, contribuendo alla ricostruzione dei fatti. Le persone sfruttate sono state inserite in un percorso di protezione che prevede il permesso di soggiorno per motivi di giustizia, oltre all’assistenza economica e abitativa.

Il procuratore Tescaroli sottolinea come questa rappresenti una nuova metodologia investigativa, sviluppata nell’ambito del progetto europeo “Alt Caporalato” insieme all’Ispettorato Nazionale del Lavoro e al Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro. L’attività si è basata su settimane di osservazione continua, pedinamenti, installazione di telecamere e individuazione preventiva dei committenti, consentendo – secondo la Procura – di documentare in maniera puntuale tutti gli elementi caratteristici del reato di sfruttamento lavorativo.

Come previsto dalla legge, il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e la responsabilità dell’indagato potrà essere accertata soltanto con una sentenza definitiva.

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