Quando chiusero le “case”: l’ultimo giorno di un’Italia che non c’è più


Di Letizia Tassinari

Sessantotto anni fa, il 20 settembre 1958, entrava in vigore la Legge Merlin, che sancì la chiusura delle case di tolleranza in Italia. Finiva così un’epoca, quella delle cosiddette “case chiuse”, presenti nelle città italiane e sottoposte fino ad allora a un sistema di regolamentazione e controllo dello Stato.
La legge, fortemente voluta dalla senatrice socialista Lina Merlin, aveva l’obiettivo di abolire la regolamentazione statale della prostituzione e contrastare lo sfruttamento. Una svolta sociale e culturale destinata a cambiare profondamente il costume dell’Italia del dopoguerra.
Per molti uomini di quella generazione, però, la chiusura delle case rappresentò anche la fine di un’abitudine, di un luogo che faceva parte della vita quotidiana e dell’immaginario dell’epoca.

C’erano le stanze, le signorine, le regole, i portieri, i racconti che passavano di bocca in bocca e quel mondo sommerso che oggi, a distanza di quasi settant’anni, sembra appartenere a un’altra Italia.
Non era certo un mondo da idealizzare: dietro quelle porte c’erano anche storie di donne, povertà, sfruttamento e solitudine, aspetti che la legge cercò proprio di affrontare.
Ma la memoria popolare è fatta anche di contraddizioni. E così, ancora oggi, basta nominare le “case chiuse” perché saltino fuori ricordi, aneddoti e sorrisi, soprattutto tra quelli che quell’Italia l’hanno conosciuta direttamente o attraverso i racconti dei genitori e dei nonni.

La chiusura delle case di tolleranza, però, non ha certo fatto scomparire la prostituzione. A 68 anni dalla Legge Merlin, il fenomeno ha semplicemente cambiato volto e luoghi: dalla strada, dove le persone che si prostituiscono possono essere esposte a maggiori rischi di violenza, sfruttamento e problemi sanitari, fino al web, che ha trasformato internet e i social in nuovi canali per incontrare clienti e organizzare gli appuntamenti. Un fenomeno che, dunque, non è stato cancellato, ma si è spostato e modificato insieme alla società e alla tecnologia. E allora viene quasi da sorridere pensando a quanto sia cambiato il modo di passare il tempo.
Una volta si andava nelle “case”. Oggi si sta su Facebook.
Non so se abbiamo fatto davvero un affare…


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