CALENZANO – Sei dipendenti Eni hanno chiesto di patteggiare per complessivi 14 anni e 6 mesi di pena nell’ambito dell’inchiesta sulla tragedia avvenuta al deposito carburanti Eni di via Erbosa, dove l’esplosione provocò cinque morti, 27 feriti e ingenti danni a veicoli, strutture dell’azienda e abitazioni della zona.
A rendere noti gli ultimi sviluppi del procedimento è il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, che ha comunicato il parere favorevole della Procura alle richieste di patteggiamento presentate dopo l’incidente probatorio e la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
Nel dettaglio, per Luigi Cullurà è stata proposta una pena di 2 anni e 9 mesi, per Carlo Di Perna 2 anni e 6 mesi, per Emanuela Proietti 2 anni e 5 mesi, per Marco Bini 2 anni e 3 mesi, per Andrea Strafelini 2 anni e 3 mesi e per Elio Ferrara 2 anni.
Per i primi cinque la richiesta comprende anche la sostituzione della pena con lavori di pubblica utilità. Per Ferrara è stata invece chiesta la sospensione condizionale della pena e la non menzione nel casellario giudiziale.
La Procura di Prato ha espresso parere favorevole ritenendo congrue le pene proposte, tenendo conto della riduzione prevista per il rito del patteggiamento e delle condotte risarcitorie poste in essere da Eni nei confronti dei familiari delle vittime e delle altre persone offese, alle quali i sei imputati hanno aderito o che hanno sollecitato. Per Ferrara viene considerata anche la sua posizione di persona rimasta ferita nell’esplosione.
La richiesta di patteggiamento, precisa la Procura, non costituisce un’ammissione di responsabilità e non equivale a una sentenza di condanna. La decisione spetta ora al giudice per le indagini preliminari, che dovrà valutare le richieste.
Restano inoltre tre posizioni per le quali la Procura ha esercitato l’azione penale chiedendo il rinvio a giudizio: Francesco Cirone, Enrico Cerbino e Luigi Murno. Sarà il giudice dell’udienza preliminare a decidere sulle loro posizioni.
Nel procedimento è contestato anche un illecito ambientale relativo allo scarico di acque reflue industriali nel Fosso Tomerello, con presenza di idrocarburi oltre i limiti autorizzati e in assenza dell’autorizzazione richiesta. Per questo filone hanno presentato richiesta di oblazione Patrizia Boschetti, Luigi Cullurà, Emanuela Proietti e Marco Bini. Anche su questo dovrà pronunciarsi il giudice.
Sul fronte della ricostruzione della tragedia, la Procura ha spiegato che gli accertamenti svolti nell’ambito dell’incidente probatorio, iniziato nel marzo 2025 e concluso nell’aprile 2026, hanno consentito di consolidare la ricostruzione delle cause dell’esplosione.
Secondo quanto sostenuto dalla Procura sulla base degli accertamenti tecnici, l’evento era concretamente prevedibile e avrebbe potuto essere evitato attraverso un’adeguata analisi dei rischi e il rispetto delle procedure di sicurezza e di protezione.
Tra gli elementi individuati dagli inquirenti figura l’utilizzo di una piattaforma di lavoro elevabile dotata di motore a combustione in un’area interessata dal rischio di atmosfera esplosiva. La Procura contesta inoltre la classificazione dell’area, che avrebbe dovuto essere considerata Zona 1 anziché Zona 2, mentre erano possibili contemporaneamente le operazioni di carico dell’autocisterna e di drenaggio del carburante.
Vengono inoltre contestati il rilascio di un permesso per lavori a freddo nonostante l’utilizzo della piattaforma, carenze nella supervisione e nel coordinamento delle attività e una non adeguata valutazione delle interferenze legate agli interventi per la realizzazione della nuova linea HVO.
Le persone complessivamente coinvolte nelle contestazioni per omicidio colposo plurimo, disastro colposo e lesioni colpose sono nove: sette dipendenti Eni e due riconducibili a Sergen.
La Procura ha invece ritenuto che non sussistano elementi sufficienti per sostenere la responsabilità amministrativa di Eni ai sensi del decreto legislativo 231 del 2001. Per quanto riguarda Patrizia Boschetti, inoltre, gli inquirenti non hanno ritenuto configurabile una responsabilità per omissione, alla luce delle disposizioni previste dall’articolo 16, comma 3, del decreto legislativo 81 del 2008 e dell’efficacia del modello organizzativo richiamato dalla Procura.
Un altro capitolo riguarda il futuro dell’area del deposito. La Procura ha spiegato che il rischio di una nuova esplosione è stato rimosso attraverso la revoca del sequestro probatorio, senza procedere a un sequestro preventivo finalizzato alla confisca, restituendo l’area a Eni.
La società ha comunicato di avere trasferito tutti i prodotti presenti nel deposito e di avere avviato le attività di bonifica, dismissione e smantellamento degli impianti e dei serbatoi, in vista della riconversione dell’area. Gli accertamenti effettuati sul posto hanno confermato, secondo la Procura, l’avvio delle operazioni.
Ora il procedimento entra dunque in una nuova fase: per sei degli indagati la parola passa al GIP sulle richieste di patteggiamento, mentre per altri tre sarà il GUP a valutare la richiesta di rinvio a giudizio.