FIRENZE – PRATO – Una rete finanziaria parallela, costruita per far circolare denaro di provenienza illecita, riciclare capitali e consentire a imprenditori compiacenti di evadere il fisco. Al centro dell’inchiesta una presunta «banca occulta» con base a Pero, nel Milanese, formalmente nascosta dietro un’attività di autonoleggio e, secondo l’accusa, collegata a esponenti di organizzazioni mafiose.
L’operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Milano, ha portato a 30 misure cautelari: 16 persone sono destinatarie della custodia in carcere e altre 14 degli arresti domiciliari. È inoltre in corso il sequestro preventivo di beni e disponibilità per oltre 21 milioni di euro.
L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza di Milano e Monza Brianza con il supporto di reparti specialistici, ricostruisce un sistema che avrebbe generato fatture false per oltre 110 milioni di euro e movimentato circa 68 milioni attraverso trasferimenti internazionali, anche mediante criptovalute.
Le operazioni non riguardano soltanto l’Italia. Le autorità stanno intervenendo anche in Spagna e in Svizzera per rintracciare altri indagati, attraverso la cooperazione giudiziaria e di polizia internazionale.
Il sistema delle fatture false e del denaro restituito in contanti
Secondo la ricostruzione accusatoria, l’organizzazione avrebbe messo a disposizione dei propri clienti un servizio finanziario clandestino, capace di trasformare bonifici bancari in denaro contante e di spostare ingenti somme all’estero al di fuori dei normali circuiti di controllo.
Il meccanismo ruotava intorno a una rete di società fittizie, le cosiddette «cartiere», intestate a prestanome e utilizzate per emettere fatture relative a operazioni commerciali mai avvenute. Le imprese beneficiarie potevano così registrare costi inesistenti e ridurre artificialmente il reddito imponibile.
I pagamenti delle fatture venivano effettuati tramite bonifico. Successivamente, secondo gli investigatori, l’organizzazione restituiva ai clienti una somma equivalente in contanti, trattenendo una commissione compresa tra il 2% e il 5%.
Un circuito che avrebbe consentito di soddisfare le esigenze di evasori fiscali e soggetti legati al traffico di stupefacenti, garantendo loro disponibilità liquide senza passare attraverso operazioni finanziarie trasparenti.
Le società fittizie, una volta esaurita la loro funzione, sarebbero state portate al fallimento e sostituite con nuove imprese, così da mantenere operativo il sistema.
Il denaro della droga e i trasferimenti in criptovalute
L’inchiesta avrebbe individuato diverse fonti di approvvigionamento del contante. Tra queste figurerebbero somme raccolte da cittadini cinesi, in prevalenza riconducibili a illeciti tributari, e denaro proveniente dal narcotraffico.
In particolare, un soggetto di origine calabrese avrebbe consegnato in più occasioni, anche attraverso intermediari, oltre cinque milioni di euro in contanti. In cambio, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state fornite criptovalute oppure disposti bonifici verso conti situati in Asia, Canada e Sud America.
Un secondo passaggio riguardava il trasferimento delle disponibilità accumulate sui conti delle società cartiere. Le somme sarebbero state spostate verso conti esteri in Lussemburgo, Lituania e Germania, per essere poi convertite in criptovalute attraverso piattaforme di scambio e trasferite su portafogli digitali riconducibili all’organizzazione.
Nel complesso, gli investigatori hanno ricostruito movimenti finanziari internazionali per circa 68 milioni di euro.
I collegamenti con ‘ndrangheta, camorra e mafia foggiana
Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda i presunti legami tra la struttura finanziaria clandestina e ambienti della criminalità organizzata.
Secondo l’accusa, tra i soggetti ritenuti ai vertici figurerebbero due persone indicate come referenti di cosche della ‘ndrangheta crotonese, già condannate definitivamente nei procedimenti denominati «Infinito» e «Aemilia», e un uomo ritenuto organico al clan dei Casalesi.
La rete avrebbe inoltre potuto contare sul contributo di complici cinesi e albanesi, creando un sistema operativo con ramificazioni internazionali.
L’associazione contestata sarebbe stata aggravata dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare alcune organizzazioni criminali. Parte dei proventi illeciti sarebbe stata destinata al sostegno di esponenti della ‘ndrangheta detenuti, attraverso una sorta di fondo di solidarietà interno. Viene inoltre contestata la fornitura di armi e veicoli a persone vicine alla Società foggiana, conosciuta anche come «quarta mafia».
Gli inquirenti ipotizzano anche il ricorso sistematico a intimidazioni e alla protezione garantita dalla forza intimidatrice del gruppo per difendere le attività illecite sul territorio.
Tra le vittime anche persone truffate online
Il sistema finanziario ricostruito dagli investigatori non avrebbe movimentato soltanto denaro legato all’evasione fiscale e al traffico di droga. Sui conti delle società fittizie sarebbero confluiti anche bonifici riconducibili a persone che avevano denunciato truffe online.
Si tratta di vittime che, convinte di investire in criptovalute, avrebbero trasferito denaro a soggetti poi risultati collegati alle società coinvolte nell’indagine. Un ulteriore filone che evidenzia la possibile commistione tra riciclaggio, frodi informatiche e circuiti finanziari clandestini.
Le accuse di corruzione e le informazioni riservate
L’indagine avrebbe inoltre fatto emergere episodi di presunta corruzione e accessi abusivi a sistemi informatici.
Tra le persone segnalate dagli investigatori figura un dipendente del Tribunale di Milano che, con la presunta complicità di un avvocato, avrebbe consultato abusivamente banche dati per informare i vertici del sodalizio sugli sviluppi delle indagini.
È inoltre contestata la condotta di un ex appartenente alla Guardia di finanza, non più in servizio, che avrebbe ricevuto denaro da un indagato cinese in cambio di informazioni riservate e promesse di agevolazioni relative a cartelle esattoriali.
Anche queste circostanze sono al vaglio dell’autorità giudiziaria e dovranno essere accertate nel corso del procedimento.
Oltre 350 finanzieri impegnati nelle operazioni
L’attività ha coinvolto oltre 350 militari della Guardia di finanza, con perquisizioni in numerose province italiane, da Milano e Monza Brianza fino a Firenze, Prato, Napoli, Bari e Reggio Calabria, oltre che in altri territori del Nord e del Sud.
Durante gli interventi sono in corso sequestri di denaro contante, conti correnti, criptovalute, automobili, imbarcazioni, gioielli, orologi di lusso e macchinari utilizzati per contare il denaro.
Le operazioni all’estero sono state avviate con la collaborazione delle autorità spagnole e svizzere e il supporto dei canali internazionali di cooperazione di polizia.
L’inchiesta punta a colpire un sistema che, secondo la Procura, avrebbe messo a disposizione della criminalità organizzata strumenti finanziari alternativi ai circuiti ufficiali, permettendo di movimentare e ripulire capitali attraverso una combinazione di società fittizie, contante e valute digitali.
Le 30 persone destinatarie delle misure sono indagate e devono essere considerate non colpevoli fino a un’eventuale condanna definitiva.