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Felicemente: le domande dei lettori

Separati in casa o divorzio per tutelare i bambini; i pericoli dell'adolescenza; la Fibromialgia. Le nostre esperte rispondono ai lettori

Buongiorno, io e mio marito siamo in crisi ormai da molto tempo e dopo svariati tentativi di rimettereinsieme i pezzi siamo giunti al capolinea della nostra storia. Lui sostiene però che sia meglio vivere da “separati in casa” per non far soffrire i nostri figli. Io non sarei molto d’accordo, lei cosa ci consiglia?

Cara lettrice, la ringrazio per la sua interessante domanda alla quale mi capita spesso di rispondere in ambulatorio con coppie in crisi che vengono in terapia per provare a rimettere insieme i pezzi o talvolta solo per gestire al meglio una separazione già concordata.

Nonostante mi abbia fornito poche informazioni sulla sua personale situazione familiare posso darle una risposta generica che può valere anche nel suo caso. Quando una coppia è in crisi i figli ne sono sempre in qualche modo consapevoli, vivono e respirano il clima di sofferenza familiare e talvolta manifestano la loro preoccupazione o il loro disagio in svariati modi, non essendo talvolta in grado di comunicarlo verbalmente.

Pertanto fingere unione, quando questa non c’è (magari anche da un po’ di tempo) non li preserverà da questo dolore. Anzi, le situazioni poco chiare, in cui i figli percepiscono messaggi “discordanti” (es. non amo la mamma ma dormo con lei nello stesso letto) rischiano di essere la principale fonte di malessere dei figli e di voi genitori stessi.

Al contrario, situazioni chiare, delineate in cui ad es. si decide di separarsi, seppur difficili da gestire in un primo momento dovendo ristabilire una serie di equilibri familiari e individuali, con il tempo si mostrano le soluzioni più superabili e meno dolorose per figli e genitori.
I figli in questo modo hanno la possibilità di vedere i propri genitori stare meglio e superare il dolore creato dalla crisi di coppia, imparando che nella vita i problemi si possono affrontare e che anche dopo la “tempesta” si può tornare a respirare un clima sereno.

Dr.ssa Valentina Aletti  |  Email: [email protected]

 

Perché i ragazzi spesso scivolano in comportamenti rischiosi (fumo, alcool, uscite serali in luoghi pericolosi e con compagnie altrettanto pericolose)? Come intervenire?

Molti ragazzi non riescono a valutare la gravità di alcuni gesti o azioni e tendono ad imitare i comportamenti dei grandi nel tentativo di identificarsi con loro. Altri sanno quanto fumare e bere siano comportamenti nocivi, ma questo non basta per far loro cambiare atteggiamento.

I motivi che spingono i ragazzi a comportarsi in questo modo e che vengono riportati da alcuni autori, sono prevalentemente: la necessità di disinibirsi e deresponsabilizzarsi nella relazione con gli altri, ma anche in situazioni sessuali, sfidare e provocare la famiglia, provare forti emozioni.. In linea generale quindi il consumo di sostanze pericolose serve per superare ostacoli o difficoltà legati ai diversi contesti (famiglia, coetanei, sessualità) ed i ragazzi insicuri, ansiosi e con scarsa autostima sono i più a rischio.

Questi comportamenti consentono di “sperimentarsi in nuove identità senza essere davvero se stessi”.
Spesso succede che alcuni genitori diano la “colpa” alle cattive compagnie.. sebbene sia innegabile che il gruppo dei pari abbia un’influenza importante sul ragazzo, questa attribuzione del genitore rischia di deresponsabilizzare il genitore stesso. È importante quindi aiutare l’adolescente a sviluppare un senso di indipendenza rispetto all’influenza del gruppo dei coetanei per aiutarlo a svincolarsi dal giudizio e dal coinvolgimento esterno.

Dunque il modello che il genitore offre è senz’altro il primo punto di partenza. Così come è importante evitare l’autoritarismo ma piuttosto utilizzare autorevolezza, contrattando con il figlio regole e limiti piuttosto che imporli, cercando di capire il contesto emozionale in cui avviene l’atto e i motivi che portano il figlio a quel comportamento.

Dr.ssa Federica Piccinelli  |  [email protected]

 

Salve Dottoressa, leggendo il suo articolo sulla Fibromialgia mi sono ritrovata molto nelle sue parole. Provo sconforto nel sentire sminuire ogni il mio giorno il dolore e nel sentirmi giudicare come una malata immaginaria. Perché ancora oggi, a differenza di altri stati europei, l’Italia non riconosce l’invalidità ai pazienti affetti dalla sindrome fibromialgica?

La Fibromialgia paga il prezzo di essere una malattia che, purtroppo, non presenta alterazioni rilevabili con esami di laboratorio ed esami diagnostici specifici. Inoltre è una patologia che presenta una sintomatologia extra-scheletrica che tende a variare da caso a caso e questo rende difficile individuare con accuratezza i corretti parametri necessari per definire i livelli di invalidità. Infine l’attuale situazione economica del Paese in questo momento non consente aumenti nel campo delle spese sanitarie e sociali.

Nonostante le difficoltà alcune zone d’Italia si sono attivate per dare il giusto spazio alla Fibromialgia.
Nella Provincia di Bolzano e Trento e nel Veneto è stata riconosciuta come invalidante dal piano socio- sanitario regionale. La Lombardia e la Toscana si stanno muovendo per ottenere lo stesso riconoscimento. Sono piccoli passi avanti verso un grande traguardo possibili solo attraverso la consapevolezza, l’informazione e la promozione a tutti livelli.

 

Dr.ssa Alessia Ricci  |  [email protected]

 

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Aggiornato il: 01-05-2017 19:02