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Over the Real: la videoarte come sensazione

Ho voluto approcciarmi al Festival Internazionale di Videoarte, la cui terza edizione si tiene proprio in questi giorni alla Galleria d’Arte Moderna GAMC di Viareggio,  senza alcuna preparazione in merito, proprio per evitare alcun tipo di preconcetto. Le nostre menti iperstimolate in genere sono predisposte all’ottenimento di messaggi ben precisi, nonché preconfezionati, convogliati da immagini in movimento, parole e musica sapientemente mixate per informarci di qualcosa. Il prodotto X è migliore. I brutti sono cattivi, i belli buoni e vincono sempre. Gli alieni attaccano solo gli U.S.A. Ero un ragazzino bruttarello e sfigato e ora sono un cantante di successo, e pure con i soldi.

Ma quando un prodotto che rientra nella categoria di video effettivamente racconta una storia ma non trasmette un messaggio preciso, bensì ne lascia l’interpretazione allo spettatore, cosa può fare quest’ultimo? Semplice: affidarsi alle proprie percezioni dando ascolto alle sensazioni interne ma senza sforzarsi troppo di capire, altrimenti rischia di travisare l’intenzione originaria dell’autore.

Over the Real punta proprio a questo, o almeno a me piace interpretare così il senso di questa manifestazione: stimolare sensazioni. Sì, perché quando i video proiettati altro non sono che un susseguirsi d’immagini, spesso astratte, apparentemente senza capo né coda, non resta che lasciarsi andare in questo flusso e viaggiare accompagnati da colonne sonore incredibilmente calzanti con le figure in movimento. Alcuni dei video in programmazione sono veri e propri quadri animati, un susseguirsi di linee e forme e colori che sfumano uni negli altri senza un apparente nesso logico, sottolineati da musiche ritmate al cardiopalma o fluenti come fiumi in piena. Altri mostrano soggetti umani che interagiscono con oggetti, o ambienti, o entrambi. A volte le persone passano in secondo piano rispetto all’ambiente, risultando quasi bidimensionali, altre lo occupano tutto, oppure vi s’intersecano. Il risultato è un viaggio onirico che lascia sensazioni anche contrastanti: a un certo punto ho percepito, nettissimo, l’inesorabile scorrere del tempo e mi sono sentita quasi annichilita.

Incontro con un autore di videoarte

Ma tutto ciò non mi bastava: la mia natura è quella di approfondire le cose, quindi ho voluto parlare con uno degli autori e ho trovato Michele Manzini, autore di “In the house of Mantegna”, una suggestiva sequenza di interazioni tra una figura femminile e l’ambiente, con la mediazione di lenzuola bianche, a cui ho rivolto alcune domande.

Come nasce l’idea per un video?

Io vengo da diverse esperienze come fotografia, performance live, e soprattutto tanto lavoro sui testi: scrivo moltissimo. Non necessariamente narrazioni, ma cerco di approfondire alcuni temi che mi ossessionano. Ho prodotto anche testi, qualche pubblicazione, ma ci tengo a dire che non sono teorie.

Io credo, infatti, che alla fine rimanga l’opera. Possiamo semplicisticamente definirle “impalcature”, che a me servono per tracciare un orizzonte di ricerca, poi l’impalcatura si toglie e rimane qualcosa d’ “altro”, che la parola non riesce a indagare, ad approfondire. Io parlo spesso, più che di immagini, di lavoro sul concetto di figura, che è qualcosa di molto più complesso rispetto all’immagine.

La figura, anche metaforicamente, possiamo immaginarla come qualcosa che non si limita all’aspetto esteriore ma rimanda anche ad altro, e quindi ha relazioni con culture, testi che ho scritto. Diciamo che poi alla fine il mio video, come si può anche vedere sul mio sito www.michelemanzini.com, è frutto di un lavoro complesso: immagini, fotografie, immagini in movimento, testi…

Molti video presenti a questa rassegna sono come quadri in movimento…

Per me è un po’ diverso; mi piace pensarla più come una finestra, o una strada che porta ad altro. Il mio lavoro si può immaginare come un arcipelago, un arcipelago di cose, di cui il video è una struttura importante. Perché riesce a tenere in sospensione diverse cose. Questo non riuscivo a farlo completamente con la fotografia, né tantomeno con le parole: il video ha una componente in più, è uno strumento molto potente.

Come si struttura l’opera?

Questo video è la seconda tranche di quella che sarà una trilogia. Il terzo video rientrerà in un progetto basato sull’umanesimo, con una componente fortemente tragica, che si tende a non considerare, per prediligere la componente rinascimentale, legata a una forma di armonia. È come se fosse un qualcosa di intoccabile, in cui l’ombra rappresenta un errore, e non viene minimamente concepita.

È l’integrazione della parte oscura…

Esattamente. Arrivare a spingere un corpo all’interno di una dimensione in cui, almeno sulla carta, rimaneva intoccabile, inviolabile, e farlo interagire con tutto ciò che è peculiare del corpo fisico, compresi i lati oscuri, su dimensioni più fisiche, meno chiare, meno note, meno ponderabili, diventa per me molto interessante. Diventa interessante mantenere tutto in uno stato di assoluta sospensione, non di chiusura. Il perturbante, il conflittuale rimane una componente fondamentale nell’elemento di conoscenza. Questo è ciò su cui al momento verte la mia “ossessione”. Non è tanto il fatto che io interrogo attraverso una domanda, e quindi uno scontro, un conflitto: la sostanza di ciò che cerco è sempre conflittuale. Tenere il conflitto in uno stato di sospensione a me interessa molto.

La colonna sonora è molto importante per trasmettere il messaggio delle immagini. Si scelgono pezzi già “pronti” o si creano appositamente per accompagnare il video?

In questo caso ci abbiamo lavorato noi: io ho un passato di musicista. C’è da dire che adesso è molto più semplice arrivare a definire una colonna sonora: fondamentalmente bastano un computer e qualche conoscenza.

Di certo è più difficile sceglierne una adatta piuttosto che crearla da zero appositamente per il video.

Si parte da un colore… In questo caso partiamo da un timbro, un’atmosfera, e da lì, seguendo l’idea che si ha di un movimento si costruisce una tessitura. Solo in un caso mi è capitato che la tessitura abbia portato alla costruzione dell’immagine. Morricone ispirava Sergio Leone: ascoltava le sue musiche e su quelle costruiva la storia. Ogni lavoro ha la sua genesi: nel video precedente ho preferito catturare i suoni dell’ambiente, per cui c’era meno attenzione all’aspetto musicale, rappresentato da suoni continui che mantenevano un costante stato di tensione.

Una domanda più “pratica”: come si arriva alla videoarte, che formazione ci vuole per approcciarsi a questo tipo di lavoro?

Con gli strumenti che ci sono oggi a disposizione è tutto molto più semplice. Ma attenzione, è necessario sapere dove si vuole andare nella videoarte: è fondamentale, altrimenti la disponibilità attuale è pressoché infinita e il rischio è quello di “perdersi”. Bisogna partire con un’idea precisa. Io, ad esempio, vengo molto suggestionato dai luoghi, cosa che mi succedeva già con le fotografie. Quello del video, la casa di Mantegna, mi ha sempre ispirato molto, chiudendo l’ambito di ricerca. Sono importanti anche la gestione dei movimenti, dell’inquadratura, della costruzione: si comincia da alcuni schemi e da lì si prosegue. Non mi piace lavorare con gesti complicati; mi piace usare gesti semplici in maniera complicata. Io sono architetto di formazione, arrivato all’arte contemporanea in maniera un po’ rocambolesca; collaboro con un team di persone che vengono dall’ambiente dei video professionali. Oggi c’è la possibilità di trovare collaborazioni in rete che possono risolvere mille problemi, e trovare qualcuno che dia forma alle tue idee, anche se questa è la cosa più delicata di tutto il lavoro. Personalmente sono stato fortunato e ho trovato le persone adatte fin da subito, in modo naturale: se hai già in testa l’idea del video e trovi la persona giusta, le cose si “chiudono” in maniera quasi spontanea.

 

 

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