Operai costretti a lavorare fino a sedici ore al giorno, sette giorni su sette, pagati pochi centesimi per ogni capo prodotto e, in alcuni casi, addirittura rinchiusi all’interno delle fabbriche per impedirne l’allontanamento e sottrarli agli eventuali controlli delle forze dell’ordine. È il quadro che emerge dalla complessa indagine coordinata dalla Procura di Prato, culminata con l’applicazione degli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, nei confronti di un imprenditore cinese residente in città.
La misura cautelare, richiesta dalla Procura e disposta dal giudice per le indagini preliminari dopo il previsto interrogatorio preventivo introdotto dalla legge 114 del 2024, riguarda accuse pesantissime: intermediazione illecita di manodopera, sfruttamento del lavoro e impiego di lavoratori stranieri irregolari.
Dopo l’emissione del provvedimento, l’uomo si era reso irreperibile per alcuni giorni. Le ricerche si sono concluse soltanto nella serata di ieri, quando si è presentato spontaneamente all’autorità giudiziaria.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica Luca Tescaroli, ha ricostruito un presunto sistema di sfruttamento radicato e organizzato che sarebbe andato avanti per oltre un anno.
Venti operai sfruttati
Secondo gli investigatori, almeno venti lavoratori cinesi, in gran parte privi di regolare permesso di soggiorno e arrivati in Italia attraverso canali di immigrazione clandestina, sarebbero stati impiegati nelle aziende riconducibili all’indagato.
Le condizioni di lavoro descritte nell’ordinanza parlano di turni massacranti, con punte di sedici ore quotidiane senza giorni di riposo, totale assenza di coperture assicurative e previdenziali e sistemazioni all’interno di dormitori ricavati a pochi metri dai laboratori di produzione.
L’aspetto più inquietante riguarda il fatto che, in più occasioni, gli operai sarebbero stati chiusi all’interno degli stabilimenti per impedirne l’uscita, aumentarne la produttività ed evitare eventuali controlli delle forze di polizia. Una situazione che, evidenzia la Procura, avrebbe esposto i lavoratori anche a gravissimi rischi per la loro incolumità in caso di incendio o altre emergenze.
Paghe da pochi centesimi
La ricostruzione delle retribuzioni è stata possibile grazie all’analisi dei cosiddetti “quaderni del cottimo”. Da quei registri sarebbero emersi compensi calcolati su pochi centesimi per ogni capo confezionato, con stipendi finali nettamente inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi nazionali.
Gli investigatori hanno documentato il presunto sistema attraverso circa cento giorni di osservazioni, servizi di monitoraggio e intercettazioni che hanno permesso di seguire l’attività delle aziende.
Il ruolo dei prestanome
Secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe perfezionato negli anni una rete di prestanome per continuare a gestire tre imprese individuali specializzate nella produzione di capi d’abbigliamento destinati al circuito del pronto moda, operando per conto di diverse aziende committenti, comprese alcune realtà riconducibili a noti marchi italiani del settore fashion.
Per gli inquirenti si sarebbe trattato di una precisa strategia per occultare il proprio ruolo gestionale ed eludere i controlli.
Un precedente per fatti analoghi
La Procura sottolinea come l’indagato fosse già stato coinvolto in passato in un procedimento per analoghi reati, conclusosi con una condanna definitiva dopo il patteggiamento.
In quella vicenda, ricordano gli inquirenti, le indagini erano partite dalla denuncia di una lavoratrice cinese che aveva raccontato di essere stata aggredita dal datore di lavoro dopo aver chiesto una retribuzione adeguata.
Anche l’inchiesta più recente ha preso avvio dalla richiesta di aiuto di due dipendenti, consentendo agli investigatori di ricostruire il presunto sistema di sfruttamento.
Sotto la lente anche il fisco
Nel corso delle indagini è emersa anche una serie di presunte irregolarità fiscali. Una delle imprese riconducibili all’imprenditore sarebbe stata oggetto di verifiche dell’Agenzia delle Entrate per omessa presentazione delle dichiarazioni IVA, mancato versamento di imposte e ritenute, oltre all’emissione di fatture di importo elevato pur in assenza di dipendenti formalmente assunti.
Secondo la Procura, l’attività avrebbe consentito all’indagato di ottenere consistenti profitti senza adempiere agli obblighi tributari.
Il lavoro degli investigatori
L’indagine è stata sviluppata grazie al lavoro del Gruppo Anti Sfruttamento dell’Asl Toscana Centro e del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Prato. Nella nota, il procuratore Luca Tescaroli richiama anche l’esigenza di rafforzare gli organici impegnati nel contrasto allo sfruttamento lavorativo, evidenziando l’aumento delle attività investigative e i risultati conseguiti negli ultimi anni.
Operai costretti a lavorare fino a sedici ore al giorno, sette giorni su sette, pagati pochi centesimi per ogni capo prodotto e, in alcuni casi, addirittura rinchiusi all’interno delle fabbriche per impedirne l’allontanamento e sottrarli agli eventuali controlli delle forze dell’ordine. È il quadro che emerge dalla complessa indagine coordinata dalla Procura di Prato, culminata con l’applicazione degli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, nei confronti di un imprenditore cinese residente in città.
La misura cautelare, richiesta dalla Procura e disposta dal giudice per le indagini preliminari dopo il previsto interrogatorio preventivo introdotto dalla legge 114 del 2024, riguarda accuse pesantissime: intermediazione illecita di manodopera, sfruttamento del lavoro e impiego di lavoratori stranieri irregolari.
Dopo l’emissione del provvedimento, l’uomo si era reso irreperibile per alcuni giorni. Le ricerche si sono concluse soltanto nella serata di ieri, quando si è presentato spontaneamente all’autorità giudiziaria.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica Luca Tescaroli, ha ricostruito un presunto sistema di sfruttamento radicato e organizzato che sarebbe andato avanti per oltre un anno.
Venti operai sfruttati
Secondo gli investigatori, almeno venti lavoratori cinesi, in gran parte privi di regolare permesso di soggiorno e arrivati in Italia attraverso canali di immigrazione clandestina, sarebbero stati impiegati nelle aziende riconducibili all’indagato.
Le condizioni di lavoro descritte nell’ordinanza parlano di turni massacranti, con punte di sedici ore quotidiane senza giorni di riposo, totale assenza di coperture assicurative e previdenziali e sistemazioni all’interno di dormitori ricavati a pochi metri dai laboratori di produzione.
L’aspetto più inquietante riguarda il fatto che, in più occasioni, gli operai sarebbero stati chiusi all’interno degli stabilimenti per impedirne l’uscita, aumentarne la produttività ed evitare eventuali controlli delle forze di polizia. Una situazione che, evidenzia la Procura, avrebbe esposto i lavoratori anche a gravissimi rischi per la loro incolumità in caso di incendio o altre emergenze.
Paghe da pochi centesimi
La ricostruzione delle retribuzioni è stata possibile grazie all’analisi dei cosiddetti “quaderni del cottimo”. Da quei registri sarebbero emersi compensi calcolati su pochi centesimi per ogni capo confezionato, con stipendi finali nettamente inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi nazionali.
Gli investigatori hanno documentato il presunto sistema attraverso circa cento giorni di osservazioni, servizi di monitoraggio e intercettazioni che hanno permesso di seguire l’attività delle aziende.
Il ruolo dei prestanome
Secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe perfezionato negli anni una rete di prestanome per continuare a gestire tre imprese individuali specializzate nella produzione di capi d’abbigliamento destinati al circuito del pronto moda, operando per conto di diverse aziende committenti, comprese alcune realtà riconducibili a noti marchi italiani del settore fashion.
Per gli inquirenti si sarebbe trattato di una precisa strategia per occultare il proprio ruolo gestionale ed eludere i controlli.
Un precedente per fatti analoghi
La Procura sottolinea come l’indagato fosse già stato coinvolto in passato in un procedimento per analoghi reati, conclusosi con una condanna definitiva dopo il patteggiamento.
In quella vicenda, ricordano gli inquirenti, le indagini erano partite dalla denuncia di una lavoratrice cinese che aveva raccontato di essere stata aggredita dal datore di lavoro dopo aver chiesto una retribuzione adeguata.
Anche l’inchiesta più recente ha preso avvio dalla richiesta di aiuto di due dipendenti, consentendo agli investigatori di ricostruire il presunto sistema di sfruttamento.
Sotto la lente anche il fisco
Nel corso delle indagini è emersa anche una serie di presunte irregolarità fiscali. Una delle imprese riconducibili all’imprenditore sarebbe stata oggetto di verifiche dell’Agenzia delle Entrate per omessa presentazione delle dichiarazioni IVA, mancato versamento di imposte e ritenute, oltre all’emissione di fatture di importo elevato pur in assenza di dipendenti formalmente assunti.
Secondo la Procura, l’attività avrebbe consentito all’indagato di ottenere consistenti profitti senza adempiere agli obblighi tributari.
Il lavoro degli investigatori
L’indagine è stata sviluppata grazie al lavoro del Gruppo Anti Sfruttamento dell’Asl Toscana Centro e del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Prato. Nella nota, il procuratore Luca Tescaroli richiama anche l’esigenza di rafforzare gli organici impegnati nel contrasto allo sfruttamento lavorativo, evidenziando l’aumento delle attività investigative e i risultati conseguiti negli ultimi anni choc nell’inchiesta di Prato
PRATO – Operai costretti a lavorare fino a sedici ore al giorno, sette giorni su sette, pagati pochi centesimi per ogni capo prodotto e, in alcuni casi, addirittura rinchiusi all’interno delle fabbriche per impedirne l’allontanamento e sottrarli agli eventuali controlli delle forze dell’ordine. È il quadro che emerge dalla complessa indagine coordinata dalla Procura di Prato, culminata con l’applicazione degli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, nei confronti di un imprenditore cinese residente in città.
La misura cautelare, richiesta dalla Procura e disposta dal giudice per le indagini preliminari dopo il previsto interrogatorio preventivo introdotto dalla legge 114 del 2024, riguarda accuse pesantissime: intermediazione illecita di manodopera, sfruttamento del lavoro e impiego di lavoratori stranieri irregolari.
Dopo l’emissione del provvedimento, l’uomo si era reso irreperibile per alcuni giorni. Le ricerche si sono concluse soltanto nella serata di ieri, quando si è presentato spontaneamente all’autorità giudiziaria.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica Luca Tescaroli, ha ricostruito un presunto sistema di sfruttamento radicato e organizzato che sarebbe andato avanti per oltre un anno.
Venti operai sfruttati
Secondo gli investigatori, almeno venti lavoratori cinesi, in gran parte privi di regolare permesso di soggiorno e arrivati in Italia attraverso canali di immigrazione clandestina, sarebbero stati impiegati nelle aziende riconducibili all’indagato.
Le condizioni di lavoro descritte nell’ordinanza parlano di turni massacranti, con punte di sedici ore quotidiane senza giorni di riposo, totale assenza di coperture assicurative e previdenziali e sistemazioni all’interno di dormitori ricavati a pochi metri dai laboratori di produzione.
L’aspetto più inquietante riguarda il fatto che, in più occasioni, gli operai sarebbero stati chiusi all’interno degli stabilimenti per impedirne l’uscita, aumentarne la produttività ed evitare eventuali controlli delle forze di polizia. Una situazione che, evidenzia la Procura, avrebbe esposto i lavoratori anche a gravissimi rischi per la loro incolumità in caso di incendio o altre emergenze.
Paghe da pochi centesimi
La ricostruzione delle retribuzioni è stata possibile grazie all’analisi dei cosiddetti “quaderni del cottimo”. Da quei registri sarebbero emersi compensi calcolati su pochi centesimi per ogni capo confezionato, con stipendi finali nettamente inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi nazionali.
Gli investigatori hanno documentato il presunto sistema attraverso circa cento giorni di osservazioni, servizi di monitoraggio e intercettazioni che hanno permesso di seguire l’attività delle aziende.
Il ruolo dei prestanome
Secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe perfezionato negli anni una rete di prestanome per continuare a gestire tre imprese individuali specializzate nella produzione di capi d’abbigliamento destinati al circuito del pronto moda, operando per conto di diverse aziende committenti, comprese alcune realtà riconducibili a noti marchi italiani del settore fashion.
Per gli inquirenti si sarebbe trattato di una precisa strategia per occultare il proprio ruolo gestionale ed eludere i controlli.
Un precedente per fatti analoghi
La Procura sottolinea come l’indagato fosse già stato coinvolto in passato in un procedimento per analoghi reati, conclusosi con una condanna definitiva dopo il patteggiamento.
In quella vicenda, ricordano gli inquirenti, le indagini erano partite dalla denuncia di una lavoratrice cinese che aveva raccontato di essere stata aggredita dal datore di lavoro dopo aver chiesto una retribuzione adeguata.
Anche l’inchiesta più recente ha preso avvio dalla richiesta di aiuto di due dipendenti, consentendo agli investigatori di ricostruire il presunto sistema di sfruttamento.
Sotto la lente anche il fisco
Nel corso delle indagini è emersa anche una serie di presunte irregolarità fiscali. Una delle imprese riconducibili all’imprenditore sarebbe stata oggetto di verifiche dell’Agenzia delle Entrate per omessa presentazione delle dichiarazioni IVA, mancato versamento di imposte e ritenute, oltre all’emissione di fatture di importo elevato pur in assenza di dipendenti formalmente assunti.
Secondo la Procura, l’attività avrebbe consentito all’indagato di ottenere consistenti profitti senza adempiere agli obblighi tributari.
Il lavoro degli investigatori
L’indagine è stata sviluppata grazie al lavoro del Gruppo Anti Sfruttamento dell’Asl Toscana Centro e del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Prato. Nella nota, il procuratore Luca Tescaroli richiama anche l’esigenza di rafforzare gli organici impegnati nel contrasto allo sfruttamento lavorativo, evidenziando l’aumento delle attività investigative e i risultati conseguiti negli ultimi anni.