Il duo russo più esportato di sempre ha scelto Marina di Pietrasanta per uno dei pochissimi concerti fatti da quando si è riunito. Musicalmente non c’è una virgola fuori posto. Poi guardi davanti al palco e trovi i tavoli apparecchiati come a un matrimonio.
Ieri sera alla Versiliana è passato il concerto più internazionale di tutta la kermesse. Lo dico senza girarci intorno, perché è un pezzo di storia della musica pop che sul nostro palco non passa ogni estate.
Le t.A.T.u., per chi ha meno di trent’anni e giustamente non le colloca: duo femminile russo nato a Mosca nel 1999, Lena Katina e Julia Volkova, oltre quindici milioni di dischi venduti. Restano a oggi l’esportazione musicale russa di maggior successo, il che, considerando da dove venivano e quando, non è una cosa piccola.
Il successo esplode nel 2002 con *All the Things She Said*, un tormentone che gira ancora in radio dopo ventitré anni. Ci mettono dentro anche un’immagine controversa e una presunta relazione tra le due, poi smentita dalle stesse cantanti nel documentario *Anatomy of t.A.T.u.* Nel 2009 smettono di suonare insieme, nel 2011 si sciolgono, poi ricompaiono a intermittenza (le Olimpiadi di Soči nel 2014) e nel 2025 tornano attive per davvero.
Da quel ritorno hanno fatto una manciata di date in tutto il mondo: cinque in Messico, una in Brasile, una negli Stati Uniti. E una a Marina di Pietrasanta. Ecco perché ieri sera non era una serata come le altre.
Due ore e una batterista che picchiava come un fabbro medievale
Aprono quasi subito con *All the Things She Said*, e il pubblico parte. Non vi nego che sono tornato ventenne anch’io sulle note di quel pezzo, con quel misto di nostalgia e imbarazzo di quando ti ricordi che ci ballavi in discoteca.
Due ore di concerto. Voci vere, potenti, di due donne che non hanno più vent’anni e cantano meglio di chi ne ha venti oggi.
Ma la cosa che mi ha spaccato è la band. Tutti bravi, con due che spiccavano: il chitarrista e la batterista, la quale batteva su quello strumento come un fabbro medievale sull’incudine. Roba da chiedersi come faccia a tenere quel ritmo per centoventi minuti.
Il resto era costruito con la stessa cura: scenografia luminosa, video in proiezione dietro di loro, tutto armonico. Sul palco non c’era niente lasciato al caso.
La canzone che il pubblico ha chiesto e che non è arrivata
A un certo punto passano dai loro successi più grossi, compresa la loro versione di *How Soon Is Now* (quella degli Smiths, sì; la sigla di *Streghe* con quell’attacco di chitarra elettrica che riconoscete tutti era la cover dei Love Spit Love, ma il riff è quello e in Versiliana l’effetto è stato identico).
E qui dal pubblico, con una bella e visibile componente LGBTQ+, si alza un coro. Chiedono *Malchik Gay*.
Non è arrivata.
Per capire perché serve un minimo di contesto, per chi non segue i diritti internazionali. In Russia dal 2013 esiste una legge che vieta la cosiddetta “propaganda di relazioni non tradizionali”, estesa nel 2022 a qualsiasi contesto e a qualsiasi età. Nel 2023 la Corte suprema ha dichiarato il “movimento internazionale LGBT” organizzazione estremista. Tradotto: parlarne in pubblico ti espone a un procedimento penale. La norma è stata contestata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e da un elenco lungo di organismi internazionali, che l’hanno definita discriminatoria.
Le due erano già state redarguite in patria, e Putin più di una volta gli ha mostrato il cartellino rosso. Tengono famiglia. Hanno preferito tornare a casa senza rischiare che qualcuno gli spedisca una lettera al polonio-210, e hanno fatto benissimo.
Su questo la mia posizione è secca: il problema non è chi non canta il pezzo, è chi ha scritto la legge.
Il pit apparecchiato
Poi c’è il “ma”. Che non riguarda la musica.
Che in un concerto ci siano zone e biglietti diversi è la normalità. Qui però il pit, per i non addetti ai lavori l’area davanti al palco, il golden circle, quella dove di solito ti pesti i piedi e balli, era adibito a cena. Si comprava il biglietto con la cena, si arrivava fronte palco e si trovava un tavolo tondo da matrimonio, apparecchiato e agghindato, sedie comode, servizio.
Elegantissimo. Nel posto sbagliato.
Non fraintendetemi, era tutto curato. Il fatto è che noi italiani davanti a un palco non ragioniamo così, e vedere la prima fila che cena seduta mentre dietro la gente balla in piedi fa un effetto un po’ Titanic: le classi separate da una riga, e la riga si vede.
Il concerto era pensato in particolare per la grossa comunità russa che vive tra Marina di Pietrasanta e Forte dei Marmi, e per loro quella divisione è la normalità. È il prezzo che si paga a vivere in una società fortemente oligarchica, con divari sociali che da noi fanno ancora notizia.
Resta un gran bel concerto e una delle poche occasioni al mondo, in questo momento, di sentire cantare le t.A.T.u. dal vivo. La Versiliana se l’è portata a casa, e non è cosa da fare finta di niente.
Io però la prossima volta il pit lo lascerei a chi ci vuole ballare.