Di Letizia Tassinari
Quando arrivavano i primi giorni freschi, nelle cucine toscane tornavano sulla tavola i piatti che sapevano scaldare il corpo e anche un po’ il cuore. Uno di questi era, ed è ancora oggi, la pasta e ceci.
Un piatto povero, nato dalla necessità di mettere insieme quello che c’era in dispensa, ma capace di diventare una vera bontà. Ceci, pasta, qualche aroma, un buon olio e il profumo che lentamente riempiva la cucina.
I ceci venivano spesso messi a bagno la sera prima. Il giorno dopo finivano nella pentola, a cuocere lentamente, mentre in casa si facevano le altre faccende. Niente fretta: la cucina di una volta aveva tempi diversi e il cibo doveva aspettare, ma proprio quella lentezza contribuiva al sapore.
In molte famiglie si utilizzava una parte dei ceci interi e una parte veniva schiacciata o passata, così da rendere il brodo più denso e cremoso. Poi arrivava la pasta, spesso pasta corta o pasta spezzata con le mani, quella che si aveva in casa.
Il profumo era quello dell’aglio, del rosmarino e dell’olio extravergine d’oliva. Ingredienti semplici, senza nulla di sofisticato. Eppure bastava un cucchiaio di quella minestra fumante per sentirsi sazi e al caldo.
La pasta e ceci era un piatto da famiglia, da mangiare tutti insieme. Un piatto che non aveva bisogno di presentazioni e nemmeno di grandi spese. Era la cucina della necessità trasformata in cucina della memoria.
E forse è proprio questo il bello dei piatti di una volta: non erano poveri di sapore, erano semplicemente ricchi di storia.
Oggi possiamo preparare la pasta e ceci in mille modi, anche velocemente. Ma quando fuori comincia a fare buio presto e nell’aria arriva il primo freddo, una pentola sul fuoco, il profumo del rosmarino e un piatto fumante riportano alla mente qualcosa che sembrava perduto.
Il sapore delle cucine di una volta.
Quello che non passa mai di moda.