Prima il silenzio, poi le lacrime. La comunità di Camaiore si è stretta oggi attorno alle bare di Kety Andreoni e del figlio Mirko Moriconi, uccisi nella loro abitazione il 24 giugno. Nella chiesa di Pieve di Camaiore, gremita in ogni ordine di posto, familiari, amici e cittadini hanno dato l’ultimo saluto alle due vittime di una tragedia che ha sconvolto l’intera Versilia.
Un lungo e commosso applauso ha accompagnato il rito funebre, celebrato in un clima di profondo dolore. Intanto il presunto autore del duplice delitto, Piero Moriconi, 63 anni, marito di Kety e padre di Mirko, resta rinchiuso nel carcere di Lucca. Nei suoi confronti la Procura contesta il duplice omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.
Durante l’omelia, il priore don Silvio Righi ha rivolto parole di conforto ai familiari, ma anche un forte messaggio rivolto all’intera comunità.
“Questa è una ferita che colpisce tutta la società, perché la famiglia è la prima cellula della convivenza umana e della comunità cristiana – ha affermato il sacerdote, invitando i presenti a pregare anche per chi ha commesso un gesto tanto drammatico, affinché “la giustizia faccia il suo corso e la misericordia di Dio raggiunga anche i cuori più oscuri”.
Il parroco ha poi riflettuto sulle fragilità che possono attraversare ogni famiglia, ricordando come incomprensioni, esasperazione e solitudine possano trasformarsi in terreno fertile per il male quando viene meno il dialogo. Da qui il suo appello a non affrontare da soli le difficoltà: chiedere aiuto, ha sottolineato, non è un segno di debolezza, ma di responsabilità. Una comunità unita, ha concluso, può fare la differenza affinché nessuno si senta abbandonato.
L’inchiesta intanto prosegue. Secondo gli investigatori, il duplice omicidio sarebbe maturato al culmine di tensioni familiari che andavano avanti da tempo. Dopo il delitto, Moriconi avrebbe riferito agli inquirenti di aver litigato con il figlio per motivi economici, sostenendo che Mirko gli chiedesse continuamente denaro. Avrebbe inoltre parlato dei problemi di tossicodipendenza e alcolismo del giovane e delle difficoltà vissute all’interno della famiglia.
A pesare sulla contestazione della premeditazione è anche una frase che l’uomo avrebbe pronunciato agli investigatori subito dopo il fermo: avrebbe infatti ammesso di aver pensato già una ventina di giorni prima di uccidere moglie e figlio. Un elemento che la Procura considera determinante nel quadro accusatorio e che ha portato il giudice per le indagini preliminari a convalidare il fermo, disponendo la custodia cautelare in carcere.
Mentre la giustizia prosegue il proprio lavoro, Camaiore resta stretta nel dolore per due vite spezzate e per una tragedia che ha lasciato una ferita profonda nell’intera comunità.