La Peste Suina minaccia la Cinta Senese: “A Pianosa la sfida per salvare la razza”

La Cinta Senese rischia di scomparire. E davanti all’emergenza legata alla Peste Suina Africana (Psa), il tempo per mettere al sicuro una delle razze suine più identitarie della Toscana si fa sempre più stretto.

A lanciare l’allarme è il Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop che individua nel progetto di conservazione sull’isola di Pianosa e nella futura realizzazione di centri genetici dedicati due delle poche strade concrete oggi disponibili per garantire un futuro alla razza.

La Cinta Senese è un patrimonio della zootecnia toscana e un simbolo della biodiversità animale regionale. Ma la diffusione della Peste Suina Africana, favorita anche dalla presenza sempre più numerosa e incontrollata dei cinghiali, sta mettendo sotto pressione gli allevamenti e rischia di vanificare decenni di selezione, recupero e conservazione genetica.

Nove scrofe e due verri per mettere al sicuro la razza

Il progetto Pianosa punta a creare un vero e proprio nucleo di conservazione in condizioni di massima sicurezza sanitaria. L’ipotesi è trasferire sull’isola un gruppo ristretto di riproduttori: circa nove scrofe e due verri.

Gli animali verrebbero collocati all’interno di un’area completamente confinata della struttura carceraria dell’isola, con doppie recinzioni, rigidi protocolli per l’ingresso e l’uscita di persone e mezzi e misure di biosicurezza rafforzate.

Il sistema di sicurezza sanitaria è stato sottoposto ad audit da parte dell’azienda sanitaria secondo i protocolli europei ClassyFarm.

L’obiettivo è creare una sorta di “cassaforte genetica” della Cinta Senese, mettendo al riparo un nucleo di riproduttori dal rischio rappresentato dalla PSA.

Il progetto, sottolinea il Consorzio, non prevede un pascolo libero degli animali. Il nucleo sarebbe infatti mantenuto all’interno di un’area recintata e controllata, senza contatto diretto con la vegetazione e la fauna dell’isola.

Una precisazione che arriva anche sul tema della presenza delle zecche a Pianosa: secondo i promotori del progetto, si tratta di una caratteristica legata all’ambiente insulare e indipendente dall’iniziativa di conservazione.

“Non è un pascolo libero”

A difendere il progetto è la professoressa Carolina Pugliese, del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (Dagri) dell’Università di Firenze.

“Non si tratta di un pascolo libero, ma di un trasferimento di riproduttori in un ambiente confinato e controllato: una scelta pensata per preservare la biodiversità, non per comprometterla”.

Il punto, secondo la docente, è proprio la necessità di intervenire prima che l’emergenza sanitaria renda impossibile mantenere una popolazione riproduttiva sufficientemente ampia.

“Qui parliamo di salvaguardare una biodiversità animale che rischia concretamente di andare perduta”.

La seconda strada: i centri genetici

Pianosa, però, non sarebbe l’unica risposta. Il Consorzio indica infatti come strategica anche la creazione di centri genetici dedicati, strutture nelle quali conservare e proteggere il patrimonio riproduttivo della razza.

L’obiettivo è evitare che un’eventuale diffusione della Peste Suina Africana negli allevamenti possa cancellare in pochi anni il risultato di un lungo lavoro di selezione.

La partita, dunque, non riguarda soltanto gli allevatori. In gioco c’è una razza profondamente legata alla storia agricola e gastronomica della Toscana e, più in generale, un pezzo della biodiversità zootecnica regionale.

Per il Consorzio, la priorità è chiara: creare nuclei geneticamente protetti prima che l’emergenza sanitaria possa mettere definitivamente a rischio la sopravvivenza della Cinta Senese.

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