TOSCANA – Pianosa, Asinara e Capraia tornano a far parlare di sé sul fronte del sistema penitenziario. Non per nuove strutture di massima sicurezza, ma per un’idea completamente diversa: recuperare, in chiave moderna, il modello delle colonie agricole penali, trasformandolo in uno strumento per affrontare il sovraffollamento delle carceri italiane e dare un significato concreto al percorso di reinserimento dei detenuti.
A rilanciare la proposta è il Sappe, il sindacato della Polizia Penitenziaria, attraverso un nuovo articolo di Giovanni Battista de Blasis, direttore editoriale della Rivista Polizia Penitenziaria – Società Giustizia & Sicurezza e segretario generale aggiunto del sindacato.
L’ipotesi è quella di creare progressivamente una rete nazionale di case di reclusione a vocazione agricola, ambientale e produttiva, nella quale potrebbero essere impiegati, a regime, fino a 10mila detenuti.
Il punto di partenza, però, non sarebbero nuove carceri. Al contrario, il progetto guarda innanzitutto alle strutture che già esistono e che potrebbero essere potenziate. De Blasis indica in particolare Isili, Is Arenas e Mamone, invitando a verificare terreni, strutture, capacità produttive e possibilità di aumentare gradualmente il numero delle persone detenute coinvolte nelle attività.
Una volta consolidato il modello, l’idea potrebbe essere estesa anche ad altre realtà. E qui entrano in gioco alcune isole che hanno una lunga storia legata alle colonie penali: Gorgona, già sede di un’esperienza di questo tipo, ma anche Pianosa, Asinara e Capraia.
L’obiettivo non sarebbe quello di riproporre le colonie penali del passato, ma di immaginare un sistema completamente nuovo, nel quale il lavoro diventi parte integrante della pena e della preparazione al ritorno nella società.
Agricoltura, manutenzione del territorio, attività produttive e formazione professionale potrebbero così diventare occasioni per imparare un mestiere, acquisire competenze e ridurre i tempi trascorsi nell’ozio all’interno delle sezioni detentive. Per le isole e i territori interessati, inoltre, il progetto potrebbe essere collegato alla cura e alla valorizzazione del patrimonio ambientale, nel rispetto dei vincoli esistenti.
De Blasis guarda anche a ciò che accade fuori dall’Italia, richiamando i modelli scandinavi e tedeschi, dove il lavoro dei detenuti e la formazione professionale vengono considerati strumenti importanti nel percorso di responsabilizzazione e reinserimento.
La prospettiva è dunque quella di intervenire su più fronti contemporaneamente: meno pressione nelle carceri ordinarie, più lavoro per i detenuti e maggiore formazione professionale.
“Non si tratta di riproporre le colonie penali del passato”, sottolinea de Blasis, ma di costruire un sistema nel quale una parte dei detenuti possa lavorare, imparare un mestiere e contribuire alla tutela e alla valorizzazione del territorio. Il percorso dovrebbe partire dalle strutture già disponibili, farle funzionare meglio e soltanto successivamente essere esteso.
Una proposta che trova il sostegno del segretario generale del Sappe, Donato Capece, secondo il quale l’idea merita un approfondimento serio. Per il sindacato, infatti, affrontare il sovraffollamento non significa soltanto costruire nuove celle: lavoro, formazione e responsabilizzazione possono diventare una parte della soluzione.
Ma con una condizione precisa: qualsiasi progetto di questo tipo dovrà garantire alla Polizia Penitenziaria organici adeguati, mezzi e condizioni di sicurezza.
E così, nel dibattito sulle carceri italiane, tornano a riaffacciarsi i nomi di Pianosa e delle altre isole che per decenni hanno ospitato colonie penali. Stavolta, però, con l’idea di trasformare quella storia in qualcosa di profondamente diverso: non un ritorno al passato, ma un possibile modello di detenzione fondato sul lavoro e sul reinserimento.