Rossi confermato segretario della Cgil Lucca: i dati economici della provincia - Cgil, Sindacati Versiliatoday.it

Rossi confermato segretario della Cgil Lucca: i dati economici della provincia

La relazione:

Il 7° Congresso della Camera Del Lavoro di Lucca, si inserisce nel percorso del 18° congresso nazionale della CGIL che si concluderà a gennaio a Bari. I congressi sono sempre momenti importanti e quando il congresso lo fa una grande organizzazione di oltre 5 milioni e 1/2 di iscritti è sicuramente un lavoro, un pensiero, una proposta che oltre ai propri iscritti  parla anche all’esterno, che si rivolge a tutto il Paese.

Credo che tutti i soggetti sociali, politici, economici dovrebbero valutare e confrontarsi con le nostre proposte, come credo che anche la fotografia che ci fanno dovrebbe essere veritiera, e non come chi (pochi per fortuna) divulga false notizie sulla CGIL, come per esempio i dati negativi del tesseramento, che invece (mi dispiace per chi non ci vuole bene) sono in lieve ma costante crescita e testimoniano che siamo la più grande organizzazione di massa del Paese.

Nella provincia di Lucca abbiamo al 31/12/2017, esattamente 37205 iscritti, con una prevalenza di lavoratori attivi sui pensionati.

Il nuovo metodo con la fase precongressuale, dove si sono riunite le assemblee generali per contribuire alla stesura dei documenti congressuali, ha permesso di allargare la partecipazione, questo ha avuto un riscontro positivo fra  lavoratori e pensionati.

 

Durante tutto il percorso congressuale a Lucca abbiamo effettuato 372 assemblee di base più circa 200 assemblee pre congressuali, dove ci siamo potuti confrontare direttamente con tanta gente.

Non abbiamo fatto il nostro congresso su Facebook dove ci compiacciamo se abbiamo tanti “mi piace”, twittiamo, urliamo, ridiamo, ci adombriamo, mettiamo svariate faccine, ma tutto resta su internet e su Whatsapp. Oggi purtroppo molti la politica la fanno, anzi pensano di farla così,  non preoccupandosi di trasportare la nostra sacrosanta indignazione nelle piazze, fra la gente, nei  luoghi  della vita collettiva.

 

E’ la nuova “democrazia diretta” fatta con il tasto sinistro del mouse, con la quale qualcuno vorrebbe stravolgere la nostra Repubblica. E nemmeno abbiamo fatto il congresso attraverso i salotti televisivi, seduti sui divani soltanto ad ascoltare dibattiti e discussioni che sempre più assomigliano a volgari corride, gestite da giornalisti troppe volte subalterni.

 

Ma non l’abbiamo fatto neppure in ormai patetiche e ridicole cene riservate, dove pochi intimi vogliono decidere per tutti, coltivando gli interessi di non si sa più chi. Noi abbiamo fatto il nostro congresso fra la gente, nei nostri luoghi, nei luoghi del lavoro, nei saloni delle mense, nei piazzali delle fabbriche, nelle nostre sedi, con la modalità antica della assemblea, dove è necessaria la partecipazione, che non è facile ma dove ancora si parla guardandoci negli occhi e dove abbiamo discusso, anche animatamente,  ci siamo confrontati, ci sono state critiche e condivisioni proposte e idee, ed  alla fine si è votato.

 

Se questa è una prassi che qualcuno ritiene antica e superata, noi gli rispondiamo che allora siamo orgogliosi di essere “antichi”, perché per noi questa è Democrazia!!!

 

 

 

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Il nostro congresso non viene effettuato sulla Luna, non è avulso dalle situazioni e dalle problematiche che ci circondano, non scriviamo su una lavagna pulita, ma avviene nel contesto che ci circonda ed allora la prima cosa è analizzare e capire in quale contesto ci troviamo.

 

La risposta è che siamo in un contesto maledettamente complicato e difficile, sotto quasi tutti i punti di vista. Se allarghiamo l’orizzonte sul piano mondiale non possiamo non prendere atto di quanto sia ingiusto e martoriato il nostro povero pianeta, l’insostenibilità ambientale di uno sviluppo sbagliato, le guerre e le disuguaglianze purtroppo ne sono le caratteristiche principali.

 

Dal punto di vista ambientale se noi paragonassimo la Terra ad una grande astronave che viaggia nello spazio con tutti i suoi abitanti a bordo, con l’attuale ritmo di consumo di risorse e materie prime, legate a questo modello di sviluppo, solo dopo poco più di sei mesi  finiamo tutte le provviste previste di un anno e se non moriamo di fame tutti dopo 6 mesi è perché altri in altre parti del mondo muoiono continuamente già dal primo mese.

 

Il rapporto OXFAM dice che 8 uomini nel mondo detengono le ricchezze equivalenti a quelle di 3,7 miliardi di persone più povere. L’ 1% della popolazione mondiale possiede la stessa ricchezza del restante 99%.

 

Le multinazionali che sfruttano ed inaridiscono larga parte del Pianeta, sono le stesse che determinano il controllo e monopolio delle grandi case farmaceutiche, che impediscono di fatto la disponibilità di tanti farmaci elementari che potrebbero salvare migliaia di vite umane.

 

Consiglio la lettura dell’ ATLANTE DELLE GUERRE E DEI CONFLITTI, dove vengono elencati gli attuali scontri  in corso nel mondo, non c’è solo la Siria, sono purtroppo molte di più, secondo fonti Onu e altre Ong, ad oggi sono circa 70 gli Stati coinvolti nelle guerre. Molti di questi conflitti sono, più o meno esplicitamente, causati da soggetti ed interessi  politici ed economici di molti paesi dell’Occidente.

 

Tra il 2017 e il 2018 circa 193.000 persone sono morte in Africa, Asia e Medio Oriente, a causa di conflitti a fuoco di diversa natura. Questo il quadro raccontatoci dai dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project. Per la sommatoria di queste tragedie nel mondo adesso muore un bambino ogni 5 secondi … pensateci un attimo, ma non troppo perché nel frattempo sarà terribile fare il conto di quanti ne sono morti!

 

Qualcuno pensa di poter fermare chi cerca di fuggire da questo pauroso conto alla rovescia, credo che costoro in primis siano cattive persone, ma sono anche patetici. Di queste cose per la prima volta se ne è parlato in maniera preoccupata nel tempio dei potenti del mondo che si riunisce tutti gli anni a Davos, peccato che non si rendono conto che loro sono i primi responsabili.

 

Perché è l’attuale modello di sviluppo completamente sbagliato, basato sul ingordigia, l’avidità e l’egoismo di un sistema capitalistico/finanziario senza regole e freni che negli ultimi anni non ha più subito contrapposizioni. E’ passata l’idea della fine della storia, che non ci fosse nessuna alternativa al libero mercato ed al capitalismo.

 

Come siamo arrivati a questo punto ? Vogliamo fare una breve sintesi, prima di arrivare al contesto attuale, di ciò che è avvenuto negli ultimi anni nel Mondo?

In Europa c’era l’URSS e tutte le Repubbliche Socialiste che, al di là di qualsiasi giudizio che ognuno di noi può avere su quelle esperienze e su quegli eventi, erano comunque per tanti di noi, per tanta nostra gente, punti di riferimento sia come prospettiva futura ma anche come fattori concreti ed efficaci nelle rivendicazioni sociali.

 

La paura che anche in Italia il più grande Partito Comunista dell’Occidente prendesse il potere, come nelle repubbliche dell’Est, faceva sì che chi governava, la DC, facesse comunque importanti politiche sociali: prendete l’esempio delle politiche abitative, c’erano le case popolari, ma c’erano anche le case Fanfani.

 

C’è stata la fine di quelle esperienze, dalla implosione dell’Urss, fino alla aggressione alla ex Jugoslavia, ed in alcuni casi le forze comuniste e post-comuniste hanno introiettato la peggiore ideologia liberista. Ormai in alcuni Paesi dell’Europa quelli che erano i partiti ed i simboli della sinistra sono addirittura messi fuorilegge!

 

Sul versante sociale, abbiamo avuto e subito la controffensiva liberista di Reagan negli USA e della Thatcher in Inghilterra, contro i lavoratori ed i sindacati che li difendevano, epocali le lotte e purtroppo le sconfitte dei piloti contro Reagan e dei minatori inglesi contro la Thatcher.

 

In America Latina, da quello in Cile nel ’73, è stato tutto un susseguirsi  di colpi di stato e di finanziamenti contro qualsiasi governo o forza d’impronta socialista che nasceva e si affermava democraticamente: ed anche oggi desta preoccupazione la malcelata intenzione degli USA di intervenire militarmente in Venezuela contro Maduro e il tentativo – con ogni mezzo – al Brasile di riprendere l’iniziativa di governo del Partito dei Lavoratori di Lula.

 

In Africa sono state soffocate tutte l’esperienze di affrancamento dal colonialismo d’impronta socialista (c’erano dietro non a caso i russi e soprattutto i cubani: le belle e tristi storie di Lumumba e Sankara).

 

Se guardiamo all’Italia, da Berlusconi a Renzi, abbiamo avuto una deriva di destra, liberista, fascista e razzista, egoista e qualunquista, una deriva anche e soprattutto culturale, che purtroppo si è portata dietro la fine della sinistra politica.

 

Oggi bisogna ammettere che non esiste una forza politica di sinistra adeguata che porti avanti e tuteli gli interessi dei lavoratori.

 

Quindi non solo nel nostro Paese, ma anche a livello internazionale, dobbiamo prendere atto che sia sul piano politico che su quello sociale, purtroppo è venuto giù tutto, non c’è più nulla o quasi di quello che erano i riferimenti della sinistra, abbiamo subito una sconfitta epocale e su scala mondiale.

 

Solo avendo chiaro ciò che è accaduto possiamo valorizzare la resistenza della nostra CGIL, che con tutti i suoi limiti, le sue luci ma anche le sue ombre, i suoi errori ma anche le sue lotte, resta una grande forza sociale di sinistra, socialista, l’ultimo baluardo di una storia gloriosa!

 

 

 

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Come dicevo nelle nostre assemblee non è mancata la giusta critica anche agli errori che la Cgil ha commesso: non è stata risparmiata e non è stata negata, molti hanno detto e del resto è scritto nel documento congressuale che potevamo fare meglio, ma nessuno ha negato che abbiamo contestato e contrastato tutti gli attacchi che sono stati fatti ai lavoratori e che l’abbiamo fatto quasi sempre nel più totale isolamento, soli ed in un contesto difficilissimo. Questo è stato riconosciuto da tutte le lavoratrici ed i lavoratori.

 

A volte per provocazione ho detto che rispetto al contesto attuale noi della Cgil rischiamo di sembrare quasi anacronistici con le nostre bandiere rosse, con le nostre assemblee e con la nostra democrazia: sarà anche per questo che in tanti hanno provato a metterci in discussione, a cancellarci, ma noi siamo sempre qui, orgogliosamente fra i lavoratori, convintamente per i lavoratori!

 

Non sarà facile invertire la deriva che ci ha travolti, che ha travolto lavoratrici e lavoratori, pensionati, disoccupati, una deriva che ha travolto tutta la sinistra, i sogni, le speranze che hanno alimentato tutto il periodo delle grandi lotte e conquiste operaie, fino allo Statuto dei Lavoratori, fino alla Scala Mobile.

 

Non ci fu regalato niente, ci furono durissime battaglie e rivendicazioni, ci furono anche morti, ma alla fine arrivarono appunto i risultati, poi ed uso una frase di Giorgio Gaber, ci siamo seduti, abbiamo smesso di volare come ad un “gabbiano a cui si sono rattrappite le ali”.

 

Ma quello che è successo non è figlio di un destino cinico e baro, è il prezzo di una controffensiva del capitale, di una lotta di classe che mentre si voleva far intendere ai lavoratori che non c’era più, che era finita, parallelamente veniva portata avanti in maniera spregiudicata dai padroni di ogni parte del mondo! (A me piace chiamarli sempre così).

 

LOTTA DI CLASSE:  per qualcuno può sembrare una cosa superata, desueta, ma non è così, è alla base di una più equa ridistribuzione della ricchezza, è alla base di un futuro migliore, è alla base di un mondo migliore, non c’è nulla di superato, non c’è nulla di sbagliato, non c’è nulla di violento, è la chiave per l’uguaglianza, per la libertà, perché come diceva Sandro Pertini “la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.“

 

In questi anni nei quali si è cercato, con l’ideologia dell’omologazione, di far perdere senso, confine e identità alle differenze tra destra e sinistra, la tavola dei valori è stata sconvolta.

 

La Cgil è un sindacato di sinistra, deve restare un sindacato di sinistra, senza dubbi, senza tentennamenti, perché appartenere a una sinistra oggi rimane un valore, un’attitudine etica; prima di essere una posizione politica, rimanda a un ideale di giustizia sociale in favore dei meno abbienti, all’avere a cuore le condizioni di vita e di lavoro delle persone, di chi sta peggio, all’offrire a tutte e a tutti diritti e pari condizioni.

 

Abbiamo bisogno di ritrovare le ragioni storiche della Sinistra, che sono più che mai valide di fronte al dualismo crescente dei redditi, della ricchezza, delle diversità abissali nella realizzazione delle persone, nella distribuzione sempre più divaricata del potere, nel nostro Paese e nel mondo la realtà richiede Sinistra!

Una Sinistra e un sindacato saldamente insediato nel lavoro, tra i lavoratori e le lavoratrici: perché solo dalla dignità e dal riscatto del lavoro ci potrà essere una società senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

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Noi ci preoccupiamo dello sdoganamento di contrapposizioni sociali e morali che un tempo erano relegate nella stanza della vergogna storica italiana, della deriva a destra e del neofascismo nel Paese che cresce, si sviluppa e ci avviluppa tutte e tutti: oggi il vanto d’essere fascisti, razzisti è libertà di espressione. La si vede per le strade e le vie dei paesi: prende la forma di pestaggi contro i migranti, contro gli omosessuali, contro gli antifascisti e i democratici come ai tempi di Gobetti, Matteotti e Gramsci. La si vede nella tracotanza di chi ha la presunzione di reinventare il fascismo del nuovo millennio rifacendosi al manifesto di Verona, alle origini sociali di un regime omicida, criminale, guerrafondaio.

 

Noi ci preoccupiamo, giustamente, del clima di odio, disprezzo, crudeltà che divampa nel Paese, che fa persino attivare l’Alto commissariato dell’ONU sui diritti umani per i tanti episodi di violenza razzista e xenofoba che si manifestano da nord a sud dello Stivale. Noi ci preoccupiamo di una umanità perduta o comunque molto vicina all’estinzione come valore morale.

 

Noi ci preoccupiamo di un Paese dove le donne muoiono a centinaia ogni anno per mano sempre della crudeltà, della violenza domestica, di stupratori, criminali, sfruttatori e moderni papponi: ci preoccupiamo della recrudescenza del patriarcato dentro le mura di casa e nella società, del concetto regressivo dell’uomo come “capo” della famiglia e assistiamo ai grandi giorni in cui si celebra proprio la famiglia come nucleo fondativo di una società cristiana che non può, non deve giammai perdere quei valori che iniziano laddove vengono negati quelli di tutti coloro che non si professano cattolici, cristiani o semplicemente, banalmente, eterosessuali.

 

Noi ci preoccupiamo per la nostra bellissima Costituzione per quella libertà che l’Italia conquistò il 25 Aprile e che va difesa non scordandosi mai quello che è costata! Il 25 aprile l’Italia riacquistò la sua libertà e la sua dignità. La riconquistò grazie ai partigiani ed alle partigiane, agli antifascisti, a quanti  fin dagli anni Venti, quando il Fascismo sembrava non poter cadere, affrontarono la battaglia per la libertà e la dignità dell’essere umano pagando col confino, il carcere, le torture, l’esilio, la morte.

 

Erano anarchici, socialisti, comunisti, azionisti, cattolici democratici: persone mosse da una idea di società diversa, persone che non potevano tollerare l’arbitrio del più forte sul più debole, il dominio degli agrari e dei padroni, i miti della razza, la mancanza di parola e di libertà. Erano lavoratori e lavoratrici, militanti sindacali, che videro le Camere del Lavoro distrutte dalle squadracce fasciste. Che intimidirono, picchiarono, uccisero, ma non riuscirono a piegare mai la forza del movimento operaio.

 

E furono operai e contadini quasi analfabeti che nelle carceri fasciste ed al confino studiarono, lessero, si fecero una idea del mondo libera ed autonoma. E furono intellettuali che scelsero la parte giusta. Perché è bene ribadirlo: ci fu una parte giusta ed una sbagliata.

 

Ed oggi noi tutti dobbiamo avere lo stesso coraggio e la stessa fermezza nel ribadire la totale contrarietà a chi si professa fascista, a chi usa gli stessi barbari sistemi ma anche a chi si vuol ammantare di nuove vesti ma dello stesso ceppo.

Non c’è un fascismo di ieri e uno moderno, non c’è un fascismo buono, dobbiamo dirlo con forza, lo dobbiamo a chi ha lottato ed è morto per la libertà, ma soprattutto lo dobbiamo se vogliamo mantenere la libertà per noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti!

 

La Cgil deve avere idee chiare su questo, perché noi siamo un sindacato antifascista e antirazzista!

Dobbiamo rilanciare nel nostro corpo dirigente largo quei valori di solidarietà e di inclusione messi profondamente in discussione nel corpo elettorale dall’esito delle ultime elezioni politiche e amministrative, permettendoci di contrastare il rischio che tali orientamenti elettorali – che hanno visto coinvolta anche la nostra organizzazione a livello di iscritti – si traducano strutturalmente in comportamenti razzisti e xenofobi incompatibili con la stessa appartenenza alla CGIL.

Una assimilazione profonda della logica dei penultimi contro gli ultimi negherebbe alla radici la nostra esistenza stessa di Sindacato Generale, lasciando la rappresentanza alla frammentazione delle figure professionali organizzate su base corporativa.

 

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Nella tornata amministrativa del 4 marzo abbiamo avuto la conferma che in Italia, ed ancor più in Toscana e nelle altre un tempo “Regioni Rosse”, un ciclo storico si è definitivamente e dolorosamente chiuso. Un ciclo storico, un sistema valoriale, un blocco sociale basato sul lavoro dipendente capace di costruire alleanze progressive con altri settori sociali produttivi cementandoli in una capacità di governo straordinaria.

 

Era una classe politica sorta dalle classi subalterne, ad esse strettamente legata: il contrario dei trasformismi di un ceto politico autoreferenziale a base notabilare e clientelare che ha caratterizzato la definitiva estinzione dell’autodefinita sinistra. É solo misurandosi senza infingimenti autoassolutori sulla faglia sociale del presente che la Sinistra – in ogni sua forma, cultura e tradizione politica – potrà dare un senso – ed un consenso – a sé stessa.

 

Non ci salverà la pur giusta e necessaria tensione morale ed etica, i pur giustissimi e necessari principi e valori di solidarietà e fratellanza. A chi indica come capro espiatorio gli ultimi, dobbiamo contrapporre brutalmente che loro sono i primi, loro sono il nemico.

 

E’ necessario con radicalità, durezza ed intelligenza ripoliticizzare la lotta Capitale/Lavoro, senza prestare ascolto neppure per un momento all’adunata delle elités europeiste e liberiste contro i nuovi barbari. Non perché i barbari non ci siano, ma perché sono alimentati a livello di massa e popolare proprio dalle politiche liberiste portate avanti da gran parte dei partiti “di sinistra” a livello europeo e nazionale.

 

Politiche profondamente sbagliate, a volte fatte quasi in spregio ai lavoratori, come la riforma, anzi la contro riforma sulle pensioni della Fornero, una legge che oltre ad essere ingiusta si è rilevata piena di grossolani errori, come ad esempio tutta la vicenda degli esodati. Certo è paradossale come proprio una professoressa abbia messo insieme – e fatemelo dire alla toscana – tante bischerate, che però proprio bischerate poi non sono perché hanno stravolto la vita in peggio a migliaia di persone.

 

Attacchi frontali ai diritti dei lavoratori, alle loro sudate conquiste come nell’abolizione dell’articolo 18 ed in tutto il Jobs Act.

Io credo che nessuna Sinistra politica potrà mai rinascere e nessun sindacato dei lavoratori essere credibile se fra i fondamentali non avrà la riproposizione dell’Articolo 18, così come era nella stesura originale, non si scherza su questa cosa, così come aveva capito benissimo chi ne pretese l’istituzione, esso è l’architrave della contrattazione sociale.

 

E fra le cose che hanno determinato e caratterizzato lo scempio sociale, la regressione in atto sotto tanti punti di vista, io credo ci sia la deriva culturale che l’Italia ha subito e sta subendo, io credo ci sia l’attacco che ormai da anni viene fatto alla scuola pubblica e che si è compiuto con la paradossale definizione del provvedimento denominato “buona scuola”.

 

Anzi, forse la mutazione genetica che di fatto si è portata avanti nel sistema della pubblica istruzione è la causa principale del triste stato attuale del Paese. Si è piegato l’insegnamento pubblico alle logiche del mercato, si sono stravolti i libri di storia ad una logica revisionista che fa paura, (fa impressione paragonare i testi su cui io studiavo con quelli attuali, e poi ci stupiamo dello sdoganamento del fascismo).

 

Ma non si sono fatti nemmeno gli investimenti sugli edifici scolastici, la maggior parte dei quali sono a rischio sismico. Si è colpito e mortificato il personale scolastico, il precariato pluriennale diventa quasi definitivo, il personale ATA non è pervenuto, qualcuno pensa che tanto la sorveglianza dei nostri ragazzi e le pulizie delle scuole  sono cose a cui si può rinunciare!

 

Ma la cosa più grave, e che a mio giudizio paghiamo nella società, è che si è svilita la figura dell’insegnante, una volta la figura del maestro aveva giustamente rispetto nella società, era un riferimento positivo per tutti. Oggi dove siamo arrivati? Gli spregevoli  episodi di violenza verso gli insegnanti, accaduti anche qui a Lucca, purtroppo non sono casuali, ma sono figli di indirizzi e scelte politiche che hanno colpito, indebolito e delegittimato il mondo della Pubblica Istruzione.

 

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Anni di politiche sbagliate, anni di politiche ostili, figlie di quel contesto e di quella “sconfitta” internazionale che dicevo prima, tante scelte fatte secondo le logiche iperliberiste, che a detta di chi le faceva avrebbero dovuto far ripartire il nostro Paese, in realtà dove ci hanno portato?

Qual è la situazione attuale che quelle scelte hanno determinato?

 

É bene sapere che la sbandierata ripresa occupazionale che si sarebbe dovuta determinare con il Jobs Act e il contratto a tutele crescenti non c’è stata. Sono aumentati i contratti a tempo determinato ed il lavoro precario in generale, secondo uno studio della Fondazione Di Vittorio, dal 2015 al 2017 il numero di assunzioni a tempo indeterminato è crollato passando da 2 milioni ad 1 milione e 176 mila (- 41,5%), mentre sono cresciute del 38,9% le assunzioni a termine.

 

Questa situazione si evince ancor di più se analizziamo il mercato del lavoro attraverso il numero delle ore complessivamente lavorate, che rispetto al  primo trimestre 2008 è inferiore di 667 milioni di ore lavorate in meno. Le statistiche dicono occupati, nella realtà sono nuovi precari.

 

L’ Istat ci dice che nel 2018, mentre è ancora bassa l’occupazione delle donne, la “crescita” dell’occupazione, anche quella giovanile, registrata negli ultimi  mesi è interamente trainata dal nuovo precariato: gli ultimissimi dati sempre dell’Istat ci dicono che la sbandierata ripresa del mercato del lavoro ha il suo rovescio della medaglia:

Nuovo record per il lavoro a termine. I numeri dicono che ad agosto gli occupati a tempo determinato hanno raggiunto quota 3 milioni 143 mila, con una crescita di 45 mila unità (+1,5%) su luglio e di 351 mila unità (+12,6%) su agosto 2017. Si tratta del livello più alto mai raggiunto dall’inizio delle serie storiche: 1992.

 

E questa è solo la forma emersa di un arcipelago di precariato fatto di lavoro a chiamata e somministrato. Tutto in cambio di paghe da prefisso telefonico, e senza tutele. Di pensione neanche a parlarne. Perché si sa che si lavorerà a vita e si morirà precari..

 

É cresciuta solo la libertà di licenziare senza Articolo 18, dove l’imprenditore assume ma con il dipendente fa ciò che vuole, videsorvegliare, demansionare e se gli pare pure licenziare, tanto che il licenziamento sia giusto o sbagliato non conta nulla perché con tre soldi lo paga e manda via!!!

 

A tal proposito è positiva la sentenza della Corte Costituzionale che affida al giudice la discrezionalità di un giusto indennizzo, anche correlato alla carriera lavorativa, diciamo che va in controtendenza ma non è assolutamente sufficiente, perché a fronte di un licenziamento illegittimo deve essere riconosciuta la reintegra del lavoratore.

 

Io credo che quando, sarà abolito veramente, nessuno rimpiangerà il Jobs Act. Perché questo non è lavoro, non è quello previsto dalla Costituzione, è solo sfruttamento: è quello delle famigerate 47 forme di accesso precario che andavano annullate, e che invece sono ancora tutte lì!. Tutte caratterizzate dalla precarietà: abbiamo così migliaia di lavoratori e lavoratrici con rapporti di lavoro impossibili e indicibili con alcune costanti che però sono ricorrenti, l’insicurezza, lo sfruttamento ed il sottosalario!

 

Negli ultimi anni in Toscana ed anche a Lucca i lavori a termine sono aumentati del 100%. E, come dicevo, una delle caratteristiche principali del precariato e dello sfruttamento è anche purtroppo l’aumento degli incidenti sul lavoro.

 

Ogni giorno in Italia 3 persone muoiono sul lavoro, nel 2018 sono state 713 le denunce di incidenti mortali sul lavoro, nel 2017, in tutto l’anno sono morte 1029 persone, più di 13 mila morti negli ultimi 10 anni. Una strage incrementata dalla precarietà, dai mancati investimenti in sicurezza ed innovazione, dall’omissione di controlli, si preferisce investire in una via bassa dello sviluppo basata solo sulla compressione del costo del lavoro e per fare ciò la disoccupazione ed il precariato diventano ingredienti fondamentali, perché se un lavoratore trova il coraggio di protestare gli viene risposto che fuori c’è una fila di persone pronta ad accettare anche condizioni peggiori.

 

E non chiamiamole morti bianche, non si può parlare di fatalità, le morti sul lavoro sono omicidi del profitto ottenuto sulla pelle dei lavoratori! Sicurezza è parola abusata, si paventano invasioni inesistenti di migranti, prospettando soluzioni emergenziali e securitarie. Non uno che abbia usato la parola sicurezza in senso proprio, riguardo alla sicurezza che davvero manca in Italia, quella sul lavoro!

 

Eccolo il nuovo lavoro basato sulla mancanza di sicurezza ma anche sulla mancanza di futuro.

Ma in quale futuro può sperare un giovane che lavora 3 mesi l’anno, uno che lavora da anni part-time, magari a scacchiera 2 ore la mattina e 2 ore la sera, dove dei pochi soldi che guadagna ne consuma una buona parte solo per recarsi al lavoro?

 

Ed i collaboratori, gli stagisti, gli apprendisti, gli stagionali oppure i corsisti, i lavoratori dei call center, coloro che vengono equiparati ad imprenditori solo perché posseggono la bicicletta con la quale consegnano le pizze, coloro a cui viene messo un braccialetto per essere costantemente controllati, quali certezze hanno se non quella di essere sfruttati e pagati molto meno degli altri lavoratori? Quale lavoro?

 

Quale lavoro per tutti coloro che finiscono nel girone infernale delle cooperative irregolari, che sono tante anche nella nostra zona, coperte da aziende modello, non rispettano i contratti, ricattano i lavoratori, li fanno lavorare anche 15 ore al giorno, li usano come schiavi senza dargli i minimi diritti.

 

Situazioni come queste proliferano specialmente nella terra degli appalti e noi bisogna dire con forza: basta con gli appalti come terra fuori legge, basta con gli appalti al massimo ribasso, purtroppo a volte applicati anche dalle amministrazioni pubbliche.

 

Questa è la triste fotografia del contesto socio-economico del nostro Paese, un paese dove abbiamo tanta disoccupazione, l’Italia ha comunque il terzo tasso di disoccupazione più alto di Europa, preceduta da Grecia (19,1%) e Spagna (15,2%).  Ma siamo anche un paese dove la nuova occupazione oltre che essere precaria, insicura è occupazione povera, infatti l’Italia rischia un nuovo primato negativo: quello dei lavoratori che lavorano e guadagnano ma sono ugualmente poveri.

 

Una categoria, quella dei lavoratori poveri, che in Italia cresce da anni nel silenzio delle statistiche che mettono insieme tutti: occupati che possono spendere a piacimento e occupati che devono tirare la cinghia. E’ possibile lavorare ed essere poveri allo stesso tempo, almeno secondo la banca dati della Commissione europea che ha recentemente e per la prima volta, censito i lavoratori con retribuzioni così basse da essere annoverati tra i poveri. Un approfondimento statistico che rende giustizia a tutti coloro che sono stati assunti con stipendi da fame o con orari di lavoro ridottissimi. Ma che piazza gli occupati del nostro Paese tra i meno fortunati.

 

L’Italia, tra i paesi di cui sono disponibili i dati per il 2017, è in quarta posizione per lavoratori poveri. Ci superano soltanto la Romania (col 17,4% di poveri tra gli adulti over 18 occupati), la Spagna col 13,1%, e la Grecia a quota 12,9%.)

 

Ma a differenza di questi Paesi l’Italia è l’unica nazione europea in cui la percentuale è in crescita costante da anni: nel 2016 eravamo all’11,7%, mezzo punto sotto il dato del 2017, pari al 12,2%.

Le conseguenze di queste situazioni sono drammatiche, noi viviamo in un paese dove le persone a rischio povertà sono il 23% (dove per rischio povertà si intende coloro che dispongono di un reddito inferiore al 60% di quello mediano calcolato in circa 800 euro mensili).

 

Dove ci sono oltre 5 milioni di persone sotto la soglia della povertà assoluta, ma dove abbiamo anche il 5% più ricco che detiene l’equivalente della metà della ricchezza di tutto il Paese. Dove 2,7 milioni di persone sono senza cibo e sono stati costretti a chiedere aiuto o alle mense sociali o ad accettare gli aiuti alimentari attraverso i pacchi cibo. Un triste paese dove ormai sono più di 12 milioni le persone che rinunciano a curarsi adeguatamente perché non si possono permettere nemmeno di pagare i ticket.

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Di questo tragico contesto si sta cercando di colpevolizzare poche migliaia di migranti che come dicevo prima, sfuggono alla guerra, alle malattie, alla miseria, non ci si pone il problema di come invertire le scelte politiche che hanno causato questa grave situazione, si cerca uno pseudo colpevole, meglio se debole ed indifeso e si addossano a lui tutte le colpe, mentre le scelte politiche sostanziali, quelle che contano veramente alla fine sono in continuità con quelle precedenti.

 

Il decreto sicurezza fa carta straccia del permesso di soggiorno per la protezione umanitaria, nega il diritto d’asilo (previsto dalla Costituzione), raddoppia da tre a sei mesi la permanenza nei centri per il rimpatrio (una vera e propria reclusione), cancella il diritto al pubblico patrocinio per i richiedenti asilo politico, impone più Daspo urbani e restrizioni della libertà in base a soli sospetti, insomma quel decreto è lesivo dei trattati internazionali, incostituzionale, disumano!!

 

Lo dico chiaramente, come chiaramente dico che la Cgil è vicina e solidale con Mimmo Lucano, il Sindaco di Riace. Perché io penso, come diceva don Milani, che l’obbedienza non sia sempre una virtù, perché l’umanità non si processa. Perché quando la causa è giusta si affrontano a testa alta tutte le conseguenze.

 

Vale per Domenico Lucano, vale per don Biancalani, prete di Vicofaro in quel di Pistoia.

Io credo che bisognerà fare molta attenzione. L’imbarazzo –  o addirittura l’entusiasmo – con il quale a sinistra è stato accolto l’annuncio della manovra economica del governo sembra sottovalutare la natura dello scontro che dividerà il campo politico europeo e la logica autoritaria che si nasconde dietro le misure di stampo redistributivo.

 

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In questo senso – e lo dico chiaramente – il vincolo deficit/pil (che tanto ha fatto discutere in questi giorni) appartiene alla logica delle compatibilità liberiste europee. Ben venga lo sforamento se per fare investimenti pubblici, vere riforme delle pensioni e sostegni alle fasce più povere del Paese. Questo governo non lo sopporto per mille motivi – tutti più che sufficienti per contestarlo senza indugi- ma fra questi certo non c’è lo sforamento ai vincoli di bilancio di una Europa basata solo sul mercato!

 

Il punto è se gli interventi decisi dal Governo e quindi anche le scelte di sforamento del rapporto deficit/pil, rispondono alle necessità del Paese e non al mero consenso elettorale, come la Flat Tax, un provvedimento che fa pagare al milionario la stessa aliquota di chi milionario non è e che fa solo aumentare le ingiustizie nel nostro Paese.

 

Per noi le priorità devono essere gli investimenti e il lavoro; le infrastrutture materiali e le infrastrutture sociali per ridurre le disuguaglianze; la messa in sicurezza del territorio; la riduzione dei divari territoriali. Su questi punti si sarebbe dovuto intervenire coraggiosamente con un piano di investimenti finalizzato a crescita e sviluppo sostenibile. É stato fatto questo nella manovra finanziaria?

 

Se siete tra quelli che rischiano il posto di lavoro, che un posto di lavoro non ce l’hanno, che lavorano per pochi euro l’ora, che dovranno oggi o domani cercare un lavoro ma ancora studenti, allora sappiate che questa manovra di bilancio è contro di voi.

 

Innanzitutto è urgente chiarire che la manovra in atto non è cosi coraggiosa ma è tra le più austere degli ultimi anni in termini di rapporto deficit/pil, superiore soltanto al dato del governo Gentiloni (2,3%) ma più basso perfino di Monti.

 

Ma soprattutto, non c’è assolutamente niente di rivoluzionario nel prevedere un rapporto deficit/pil del 2,4% se quel deficit serve solo ed esclusivamente a destinare risorse a chi ne è già ampiamente ricco e che magari le ha anche nascoste al Fisco.

 

Di questo dobbiamo parlare, su questo dobbiamo valutare la nuova legge di stabilità. È possibile fare opposizione guardando alle ricadute sulla maggioranza delle persone, non a quella minoranza che si vuole proteggere facendo leva sulla minaccia dei mercati, sul rischio di soccombere all’ennesima speculazione.

 

Aumentare il deficit è sacrosanto perché significa potenzialmente usare risorse per aumentare gli scarni quando non inesistenti salari italiani, per mettere al sicuro (la sicurezza di cui abbiamo bisogno) le strade dove quotidianamente si susseguono morti senza l’eco che produce una tragedia (come quella di Genova).

 

La politica non è un’equazione contabile e non si misura su quell’equazione, che si tratti del deficit che si tratti del valore assoluto della misura. La politica sceglie in che modo destinare più o meno risorse, le rivendicazioni di merito che fa. È su questo che bisogna schierarsi e analizzare ciò che abbiamo di fronte.

 

Tra le misure che sembrano essere state adottate, è su quella denominata (impropriamente) reddito di cittadinanza che bisogna soffermarsi per inquadrare non soltanto l’enorme beffa in sé ma anche in che modo una tale misura appare come il compimento del processo di liberalizzazione (e svilimento) del mercato del lavoro, tanto caro a quell’Europa che si fa finta di sfidare.

 

Il reddito, così come emerge dalle dichiarazioni fatte da Luigi Di Maio e le indiscrezioni finora accessibili, sarebbe una misura di assistenza per chi si trova in stato di disoccupazione, è italiano ed è disposto a lavorare gratuitamente quando e come lo chiederanno. È una misura coercitiva che non intacca ma anzi peggiora le condizioni dell’intero insieme dei lavoratori (disoccupati e non) e che discrimina sulla base della cittadinanza.

 

Partendo dalla fine, bisogna rifiutare ogni tentativo di discriminazione contro soggetti a cui il diritto italiano, quindi le scelte politiche, non garantiscono la cittadinanza. Questi sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, i genitori dei compagni di scuola dei nostri figli che partecipano quotidianamente alla nostra vita collettiva ma che si è scelto di discriminare, così da renderli ancora più vulnerabili alla povertà, più ricattabili.

 

Ma ricattabili saranno tutti i disoccupati italiani che a fronte di una misura caritatevole si troveranno obbligati a prestare il proprio lavoro. Ma se quel lavoro è richiesto perché ce n’è bisogno allora tanto vale e sarebbe più giusto assumere quel lavoratore e garantirgli salario e contribuiti adeguati. Così da spezzare quel legame diretto tra la precarietà di oggi e la povertà di domani (le pensioni).

 

E se davvero si volesse combattere la povertà potremmo iniziare dall’abolire tutti quei contratti di lavoro che pagano salari da fame, che tengono i lavoratori sotto al soglia di povertà relativa, stimata in circa mille euro netti al mese. Nessuna rivoluzione, solo moderato buon senso.

 

Perché la povertà non si combatte reintroducendo la schiavitù, cioè quel che il Governo sta facendo imponendo l’obbligo al lavoro gratuito. Ma soprattutto, serve a ben poco mirare alla riduzione della povertà se non si aggrediscono le diseguaglianze e i meccanismi che le producono. Di tutto questo non c’è traccia, anzi la traccia solca una direzione opposta.

 

Così il reddito di cittadinanza da sbandierato meccanismo di emancipazione dallo stato di disoccupazione e/o povertà, si rivela come uno strumento di controllo sociale, così come fa l’Hartz IV in Germania introducendo ed estendendo i minijobs. Inoltre, il costo del lavoro continuerà a diminuire a favore delle imprese e dei loro profitti e a scapito di tutti i lavoratori: esploderanno ancora di più tutte le forme di lavoro scarsamente retribuite, diminuiranno gli aumenti salariali per gli altri.

 

Infatti i lavoratori saranno costretti ad accettare le offerte di lavoro altrimenti non si ha diritto al reddito. Le imprese lo sanno e sfrutteranno a loro vantaggio questo ricatto servito su un vassoio d’argento. Quei risparmi sul costo del lavoro saranno ancora profitti che diventeranno rendite perché non saranno reinvestite in processi produttivi innovativi, in prodotti di migliore qualità. Le imprese italiane continueranno a galleggiare nella competizione globale grazie allo sfruttamento dei lavoratori, permesso dalle scelte politiche.

 

Un approccio coerente e forse necessario per contenere il potenziale esplosivo delle crescenti diseguaglianze che saranno inasprite attraverso l’altra grande riforma rivendicata da questa alleanza di governo: la Flat Tax o quella forma ambigua di riduzione dell’aliquota per una determinata fascia di professionisti, così come emerge dalle notizie pubblicate finora.

 

Non le false partite Iva costrette al lavoro autonomo, ma i professionisti della classe medio-alta. Non stanno ancora introducendo la Flat Tax, ma un meccanismo di avvicinamento verso quel regime, accontentando in un primo momento una fascia bene precisa del proprio elettorato.

In totale continuità con gli ultimi 30 anni di governo, l’alleanza M5S-Lega propone di ridurre le tasse ai redditi elevati, a quel milione di grandi professionisti a cui sarà garantita maggiore liquidità da spendere in immobili, i cui prezzi aumentando ci renderanno più poveri mentre cerchiamo un affitto, oppure speculando in borsa.

 

O, perché no, portandoli all’estero e sottraendoli per sempre alla fiscalità generale. Beffardamente, riducendo le tasse ai ricchi oggi, ci sarà probabilmente meno bisogno di un ennesimo condono domani. Ci era stato detto che ridurre le tasse ai più ricchi e alle imprese avrebbe prodotto più investimenti e maggiore benessere per tutti. Una concezione ideologica che si infrange di fronte alla realtà e alla storia, in cui non soltanto tutto ciò non si è verificato, ma al contrario non ha fatto che contribuire all’ampliamento della forbice sociale.

 

Il regime forfaittario per chi guadagna fino a centomila euro non è una Flat Tax, ma è un primo meccanismo per rendere sempre meno progressiva la fiscalità generale. La Flat Tax e qualsiasi riduzione delle tasse a chi sta in alto, è bene ripeterlo, consiste in una misura iniqua perché fa sì che un professionista che guadagna dieci o ventimila euro al mese pagherà in tasse molto meno di un precario iscritto alla gestione separata che con enorme probabilità non guadagna più di 15mila euro in un anno. Ci saranno meno entrate fiscali, così si deciderà di tagliare altri servizi pubblici, la scuola la sanità il trasporto pubblico locale, che i ricchi sempre più ricchi potranno pagare a caro prezzo, noi no.

 

E allora più che di reddito di cittadinanza si parli di reddito “di sudditanza” che sarà finanziato non dai ricchi operando una redistribuzione dei redditi e delle ricchezze, ma dagli altri lavoratori sempre più poveri, sempre più ricattabili. Viene sinceramente da chiedersi come ci si sente nel realizzare che il loro cambiamento non è che una restaurazione.

 

Più che al ritorno di una politica di stampo keynesiano, improntata al rilancio della spesa pubblica e al nuovo protagonismo dello Stato nella gestione della crescita economica, ci troviamo davanti a una logica di altro tipo: una politica fortemente redistributiva, è vero, ma che punta – soprattutto sul terreno della fiscalità – a trasferire risorse verso alcuni ceti specifici, tutt’altro che a quelli più poveri.

 

Il “popolo” a cui allude questa manovra si presenta in altre parole come il progetto di un’alleanza tra “ceto proprietario” e “classi popolari”. Un’alleanza fondata fin da subito da un patto escludente (tra cui, il reddito di cittadinanza solo per gli italiani) e segnata da un evidente rapporto gerarchico interno: laddove al primo saranno infatti riservati i privilegi economici, la libertà di evadere (pace fiscale) e la licenza di uccidere (DL sicurezza), alle seconde resterà l’opportunità di essere inserite in un programma di disciplinamento della povertà controllato dallo Stato.

 

Al posto di quella alternanza dell’umore che caratterizza buona parte della Sinistra più o meno radicale, che vede un giorno il ritorno del fascismo e quello successivo l’instaurazione di un governo finalmente popolare, bisognerebbe abituarsi all’idea che un certo tipo di politiche redistributive non contraddicono, ma anzi sostanziano, una torsione in senso reazionario della società: la costruzione di una sfera di consenso fondata sulla difesa della comunità nazionale e laboriosa, passa tanto per una politica di sgomberi degli italiani poveri ed espulsioni dei migranti, quanto per politiche di riorganizzazione del sistema dei sussidi sociali.

 

In uno scenario così definito, segnato dalla falsa contesa tra conservatori e reazionari, è solo l’irruzione di corpi sociali radicalmente democratici come la nostra Cgil che potrà rompere il quadro. A noi sarà riservato il difficile compito di inserirsi nel conflitto redistributivo preparando il terreno a nuovi assemblaggi sociali e svelando, allo stesso tempo, l’intima logica che tiene insieme le politiche di privilegio per i proprietari, il razzismo istituzionale e il paternalismo riservato ai poveri.

 

Perché l’abolizione della povertà non è impossibile o pericolosa per principio (come ritiene chi sgranocchia popcorn in attesa dello spread), ma va perseguita veramente e strutturalmente, sapendo che c’è una lotta di classe in atto, a cui non ci si può sottrarre dicendo che appartiene al passato, chi dice questo sostiene chi ha determinato questo triste quadro sociale.

 

Noi dovremo svelare il grande bluff, noi abbiamo le giuste credenziali, nessuno aiuterà mai i lavoratori se non loro stessi, non esistono scorciatoie, né in politica, né sul versante sociale.

 

 

***

 

Abbiamo svolto il nostro congresso sulla base di un documento sintetico, innovativo e chiaro nelle sue analisi e proposte. Un’analisi e una valutazione politica che ribadisce il valore delle iniziative confederali come il Nuovo Piano del Lavoro e la Carta dei Diritti universali del Lavoro che hanno permesso alla Cgil di marcare un’autonomia progettuale e di iniziativa, che le ha permesso di non essere travolta dalla stagione di attacco ai corpi intermedi e di annichilimento della Sinistra politica sancito dal voto del 4 marzo, in ogni forma quest’ultima si manifestasse.

É proprio nell’esser stata identificata come l’artefice delle politiche dell’austerità e dell’attacco ai lavoratori per aver votato la Fornero ed il Jobs Act, o per non essere state in grado di opporre una iniziativa credibile, che ha prodotto l’esito del risultato elettorale per le forze che si richiamavano a vario titolo alla Sinistra. Un rischio che anche noi abbiamo corso e che rischiamo di correre. Ci è stato ricordato nelle assemblee e ne abbiamo preso atto.

É proprio l’iniziativa confederale ribadita nella campagna per il no al referendum costituzionale e la promozione della Carta Universale dei Diritti, attraverso le legge di iniziativa popolare con la raccolta di firme per i referendum a sostegno – con la denuncia dello scippo di democrazia a fronte di un Governo che assumeva i quesiti per vanificare i referendum reintroducendo surrettiziamente un istante dopo lo strumento dei voucher – che ci hanno permesso una sostanziale e significativa tenuta sul piano delle adesioni, una crescita rispetto al consenso tra i lavoratori ed il positivo risultato nelle recenti elezioni delle Rsu dei comparti pubblici (comparti pubblici che avevano visto ad opera del Governo il taglio del 50% delle agibilità sindacali).

É proprio non essersi resi subalterni al quadro politico ed alle pulsioni egoistiche e di corporativizzazione dello stesso mondo del lavoro che ci permette di avanzare credibilmente proposte che danno concreta risposta alla nostra posizione di critica al neoliberismo e di rilancio di politiche neokeneisiane e programmatorie, come l’istituzione di un reddito e di una pensione di garanzia per il lavoro discontinuo, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario lungo l’arco della vita utilizzando la fiscalità generale, l’abolizione del Fiscal Compact, la proposta di una nuova IRI e forme di intervento che investano sulle situazioni di disparità sociale e territoriale per riequilibrare le diseguaglianze.

La stagione che abbiamo alle spalle non è una parentesi, seppur gloriosa, ma la premessa per rilanciare un ruolo del sindacato confederale nella fase che abbiamo di fronte, nella quale sono necessari unità dell’organizzazione e valorizzazione dei pluralismi.

 

Approfondendo l’analisi in alcuni punti, come il significato complessivamente regressivo della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-lavoro e cosa significhi concretamente fare sindacato confederale al tempo del Jobs Act e della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale.
Rivoluzione digitale che non comporterà automaticamente la liberazione del lavoro, ma che potrebbe sommare a forme classiche di sfruttamento e sottomissione forme più sottili e pervasive, imponendoci la priorità di ricomporre i mondi del lavoro, ovvero le concrete stratificazione che caratterizzano il mondo che vogliamo e dobbiamo rappresentare, facendo uno sforzo molto più significativo di quello fatto finora per estendere il nostro perimetro di rappresentanza alle forme di lavoro autonomo economicamente “dipendenti”, all’intero lavoro povero del capitalismo delle piattaforme e delle cooperative spurie della logistica.

 

 

L’innovazione digitale, la cosidetta industria 4.0, sicuramente non potrà essere fermata ma altrettanto sicuramente andrà governata, contrattata e di fronte a tanto cambiamento bisogna riproporre parole d’ordine antiche ma non superate come la riduzione d’orario a parità di salario, lavorare meno lavorare tutti, prevedendo una formazione continua dei lavoratori che così potranno restare aggiornati alle continue mutazioni tecnologiche.

 

Se ridurremo l’orario di lavoro, lavoreranno più persone, guadagneranno più persone, che potranno rinvigorire la domanda interna ed allora anche l’aumento di produzione avrà un senso, altrimenti non si capisce chi acquisterà tutto questo surplus produttivo.

 

Ed il problema diciamolo chiaramente, non è aprire i negozi la domenica o la notte se la gente non ha i soldi per arrivare alla fine del mese, il problema è ridistribuire un po’ di ricchezza per rifare partire la nostra economia in una società più equa.

Dobbiamo ribadire l’importanza fondamentale della sanità pubblica ed universalistica e porre un argine al welfare aziendale e contrattuale, per sua natura accentuatore delle differenziazioni.

Occorre non continuare a destinare nuove quote di salario al welfare aziendale e contrattuale, che sommandosi alla politica di defiscalizzazione e decontribuzione, mina alla base i sistemi universalistici di protezione e di inclusione sociale, contribuendo ad allargare le differenze tra chi lavora e chi è disoccupato o pensionato, e tra gli stessi settori deboli e settori forti del mondo del lavoro, consegnando questi ultimi alla subalternità rispetto alle scelte aziendali.

Dobbiamo riuscire a rovesciare questa tendenza a un welfare di fatto privatistico e corporativo, abbandonando i bonus fiscali e contributivi e la defiscalizzazione del welfare contrattuale – che toglie risorse pubbliche al welfare universale, ogni cedimento che le categorie fanno verso il welfare contrattuale è una mina al sistema pubblico. É evidente che la defiscalizzazione del welfare aziendale è un doppio attacco al sistema sanitario pubblico e allo stato sociale universale, verso il quale va riconquistato un adeguato e crescente finanziamento.

É necessario introdurre nella riflessione il quadro europeo e internazionale, dove la guerra torna prepotentemente all’ordine del giorno, imponendoci la ripresa di un movimento per la Pace che ribadisca il ripudio costituzionale della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e la riduzione delle spese militari.

 

Queste sono le tante proposte alternative per affrontare la crisi in maniera più giusta ed efficace, che come Cgilabbiamo fatto, nel Nuovo piano del lavoro e nella Carta dei Diritti Universali, abbiamo proposto ricette basate su una più equa ridistribuzione della ricchezza e sul riconoscimento dei diritti costituzionali!

 

Ripeto: proposte, idee e concetti che appaiono quasi rivoluzionari di fronte alla subalternità del quadro politico al sistema liberista. Da tempo la Cgil propone una patrimoniale, sacrosanta in  questa situazione di gap sempre più crescente fra i ricchi ed i poveri, di fronte a ricchi sempre più esosamente ricchi e a gente che muore di fame, cosa c’è di male, di sbagliato ad una redistribuzione più giusta della ricchezza ?

 

La riduzione delle spese militari, è una cosa giusta o sbagliata ? Ma non è meglio comprare più aerei anti incendio che F-35?

É giusta o sbagliata una vera lotta alla evasione ed elusione fiscale, che nel nostro Paese ormai sfiora i 108 miliardi di euro annui, che si sposa con il lavoro nero e con il lavoro grigio, che anche nella nostra provincia è purtroppo massicciamente presente, favorito anch’esso dalla destrutturazione del mercato del lavoro?

 

Un forte intervento pubblico in economia, per ridare spinta alle politiche di sviluppo del paese, investimenti sulle infrastrutture, sul trasporto pubblico, sui servizi pubblici e sui beni pubblici, sulla salvaguardia del nostro bellissimo territorio, si creerebbero migliaia di posti di lavori e si migliorerebbe la qualità della vita delle persone.

 

Diciamo no ai tagli al sistema sanitario nazionale e no ai tagli allo stato sociale. Una volta il nostro sistema sanitario era un fiore all’occhiello del Paese, i tagli che l’hanno colpito, hanno peggiorato significativamente la qualità del servizio, ospedali carenti a volte fatiscenti, personale perennemente sotto organico, liste di attesa infinite, pronto soccorso intasati, il quadro è oggettivamente preoccupante!

 

Abbiamo bisogno di una più giusta e vera riforma degli ammortizzatori sociali, per gestire una crisi tutt’altro che finita. É questo uno fra temi più urgenti da affrontare chiedendo conto, anche su questo, al nuovo Governo.

 

Sono migliaia i lavoratori che rischiano di perdere il posto di lavoro e di essere licenziati, avendo terminato i 36 mesi di utilizzo degli ammortizzatori. Da ottobre in una azienda come Kme (550 dipendenti), senza ammortizzatori e con una ripresa che non è né sicura né vicina, si rischiava  che ridiventasse di attualità il tema dei licenziamenti.

 

Siamo stati costretti ad un artificio, concordato con il Ministero: trasformare i due mesi che mancavano di Contratto di solidarietà (che non ammetteva proroghe) in Cassa straordinaria ( che da diritto.. ad un anno di proroga). E questo paradosso la dice lunga sui danni fatti dal precedente Governo e dal precedente Parlamento.

Il Ministero stesso riconosce l’assurdità della legislazione e forse la cambieranno… Ma non è possibile continuare ad accettare di dover andare a mendicare diritti… Per poter gestire le crisi (che permangono, tante) gli ammortizzatori servono e debbano essere universali e a disposizione di tutte le aziende. Un diritto e non una concessione, appunto.

Vogliamo una scuola pubblica e gratuita dove si possa studiare per emanciparsi culturalmente e socialmente. Vogliamo una società dove funzioni il cosiddetto ascensore sociale, dove il figlio di un operaio può diventare dottore e non come oggi dove probabilmente diventerà un precario o un disoccupato.

Veniamo al territorio della nostra Camera del Lavoro, che oltre a condividere le dinamiche precedentemente descritte sulla polarizzazione dei redditi e l’aumento delle diseguaglianze territoriali assieme ad un impoverimento del tessuto produttivo ed alla qualità del lavoro, mostra specifiche caratteristiche.

Nella nostra provincia ci sono dati a prima vista contraddittori, caratterizzati da una leggera crescita del valore aggiunto (0,7%), ma anche da una stagnazione occupazionale, con un tasso di disoccupazione che, è passato, da meno del 4% nel 2007, a poco meno del 10% nel 2013, con una crescita abbastanza costante, per poi impennarsi ad oltre il 17% del 2014, ed oscillare poi intorno al 10%; ancora quest’anno e l’anno prossimo, dovrebbe permanere sopra l’8%, valore doppio rispetto a quello di dieci anni fa.

 

Per avere una migliore conoscenza della situazione attuale consideriamo il dato delle unità di lavoro, che si distingue dal dato degli occupati per la sua maggiore aderenza al concetto di “volume complessivo di lavoro”, misurabile in ore di lavoro.

 

In pratica il volume di unità di lavoro si è assestato intorno ai 145-150mila addetti equivalenti solo nel 2014, anno da cui è cominciato un trend di lentissimo recupero (dopo la grave caduta del 2011-2013), ma su valori nettamente inferiori agli oltre 160mila che caratterizzavano l’anno-base 2007.

 

Infatti dal 2007 si sono perse circa 12 mila unità di lavoro, che si sono ricreate ma solo in parte, e molte solo sottoforma di occupazione a termine, quindi precaria, mentre è negativo il saldo sulle assunzioni come apprendistato ed a tempo indeterminato. Purtroppo anche da noi i giovani e le donne sono coloro che pagano di più.

 

Uno dei cambiamenti più spettacolari, anche nella nostra provincia, di questo periodo lo si ha nella struttura degli occupati dipendenti per età. L’invecchiamento della base demografica e la perdita del lavoro per i lavoratori meno qualificati hanno avuto una influenza nei primi anni della crisi.

 

Ma dal 2012 è stato pesante l’impatto soprattutto della “riforma Fornero”, che ha sospinto nel futuro il limite di permanenza nel mercato del lavoro delle classi più anziane, impedendone il pensionamento; questo ha avuto influenza sull’incremento dei lavoratori più anziani (gli ultracinquantenni erano il 17% degli occupati nel 2008, sono al 27% ne 2016).

 

Nello stesso periodo ancor più pesante è stato l’impatto sulla presenza dei giovani che, non potendo contare sul rimpiazzo delle generazioni più anziane, si sono del tutto rarefatti fra gli occupati, passando dal 25% al 18% degli addetti al di sotto dei trent’anni, e, fra i 30 e i 39 anni, dal 32% al 25% del totale.

 

Fanno impressione anche i dati sulla Cassa Integrazione: circa due milioni e mezzo ore totali a livello provinciale nel 2017.

 

Nella nostra provincia ed in particolare nelle molte zone a forte connotazione turistica , purtroppo assistiamo ad una forte presenza di lavoro grigio e lavoro nero, ulteriormente agevolato ed incentivato dalla deregolamentazione del mercato del lavoro; a subire maggiormente gli effetti di questa deriva sono le fasce lavorative  più deboli, in particolare i giovani e le donne.

La produttività del lavoro, praticamente, non cresce dalla crisi in poi, il che sembrerebbe in contraddizione con tutte le meraviglie dell’innovazione che sappiamo e vediamo. Però il dato (che non riguarda solo Lucca ma tutt’Italia) viene fuori non da cambiamenti della produttività dei singoli lavori, ma dalla combinazione di aumento dell’occupazione nei servizi a basso valore aggiunto e diminuzione dell’occupazione nelle attività (perlopiù industriali) ad alto valore aggiunto e comunque complessivamente c’è più produttività nelle imprese sopra 50 dipendenti, sia pur lieve, mentre altrettanto lievemente ma in negativo calano quelle sotto i 50 dipendenti.

C’è un piccolo aumento dei consumi , ma anche un aumento delle famiglie in fascia di povertà assoluta e relativa.

Le esportazioni della provincia di Lucca si posizionano, negli ultimi anni, poco al di sotto dei 4 miliardi di euro, con una tendenza non molto dinamica (anche se i primi dati relativi al 2018 mostrano una prospettiva migliore). Il dato complessivo segna un forte saldo attivo dove i settori portanti dell’export netto sono i mezzi di trasporto (inclusa la nautica da diporto), con un saldo di 557 milioni nel 2017, i macchinari (saldo di 562 milioni), il cartario (incluso legno, mobilio e stampa), con un saldo di 277 milioni, le apparecchiature elettriche (184 milioni) e i prodotti in gomma e plastica (181 milioni) e il “sistema moda” (circa 180 milioni di export al netto dell’import).

 

L’export del settore metalmeccanico incide sul totale per il 45%, seguito dal cartario-mobiliero (25%), dal sistema moda (8%), dall’alimentare (8%) e dai prodotti in plastica e minerali non metalliferi (6%).

 

Alimentare, calzaturiero, cartario, nautica da diporto, costruzioni meccaniche, metallurgia, prodotti in plastica e lavorazioni del marmo costituiscono dunque la “base di esportazioni” dell’economia lucchese, ovvero i settori che danno un ruolo all’economia del territorio, essendo capaci di esportare merci su scala mondiale o almeno europea.

 

L’occupazione manifatturiera continua ad essere quella prevalente, ma solo in una parte della piana lucchese e della Valle del Serchio; difficilmente supera il 50% (nei comuni esaminati, solo a Porcari, 53%) e in quei casi si attesta sul 40% di Barga, sul 43% di Capannori, sul 49% di Gallicano. A Lucca, ma anche a Viareggio, Pietrasanta, Camaiore e Castelnuovo Garfagnana oscilla fra il 10% e il 20%).

 

Nel complesso della provincia l’occupazione manifatturiera (24%) è leggermente meno incisiva rispetto al dato regionale (25%), e viceversa il dato del settore del commercio (che comprende anche le riparazioni auto-moto) è un poco più “pesante” rispetto alla media regionale (21% contro 20%).

 

Il settore turistico (alberghi e ristorazione, pubblici esercizi) pesa per il 13-15%  nei comuni della Versilia (Viareggio, Camaiore, Pietrasanta) e, a parte i Comuni prettamente industriali di Altopascio e Porcari, occupa generalmente fra il 5% e il 10% dell’occupazione privata.

 

Sono questi alcuni risultati emersi dall’analisi dei dati fatti da un importante studio socio-economico della nostra provincia che la Cgil di Lucca ha commissionato ad IRES Toscana, è una analisi attenta e dettagliata del territorio lucchese.

 

 

***

 

Un’altra chiave interessante di lettura è quella basata sulla conformazione geopolitica e socio-economica della nostra provincia, che praticamente si divide in tre macroaree: la Piana di Lucca, la Versilia e la Garfagnana, che hanno caratterizzazioni  assai diverse fra loro, dove si sviluppano ed articolano i vari settori produttivi.  Abbiamo quindi:

 

LUCCA E LA PIANA

 

L’ambiente lucchese è fatto da un paesaggio nel quale le istituzioni territoriali promuovono ambiziosi progetti di trasformazione urbana, come accaduto per la riconversione di buona parte degli edifici del centro storico, con tutto quel che potrebbe seguirne in termini di innovazione nella promozione dei beni culturali, di rimodulazione dell’offerta turistica e di mutamento delle attività immobiliari, commerciali e produttive .

 

Un territorio fatto, anche e soprattutto, di imprese che riattivano e incanalano sul mercato le tradizioni locali, siano esse enogastronomiche o manifatturiere. Un sistema produttivo, in altre parole, che ragiona di sviluppo sostenibile (interessante la ricerca di un minor consumo di energia e materia prima nel settore cartario dai costruttori di macchine ai produttori e trasformatori di carta), di economia dell’esperienza, di reti lunghe della commercializzazione, di saperi tramandati e sedimentati, contaminati con i saperi attuali degli artigiani, di territorio come biglietto da visita di ciò che si produce, di ricerca su come sfruttare tutte le potenzialità offerte da internet e dalle prospettive di sviluppo legata ad Industria 4.0.

 

In questo contesto si colloca ad esempio la presenza di veri e propri colossi globali della carta-tissue, che ripeto operano con una forte attenzione al tema della tutela ambientale, dalla produzione alla lavorazione della materia prima, sino al suo trasporto. Questo innesta un più ampio discorso sul ruolo del territorio, inteso come corpo sociale, politico ed istituzionale.

 

Infatti se per anni si è sostenuto che imprese competitive fanno il territorio competitivo adesso si è competitivi come persone e come imprese se si è inseriti all’interno di un sistema territoriale competitivo. Non è un gioco di parole ma è un cambiamento di paradigma che introduce differenze sostanziali, a partire dalla logica con la quale pensare le politiche per lo sviluppo.

 

Per quanto sopra un limite da colmare, comune ad altri settori emergenti come il Turismo, è dato dalla carenza di infrastrutture adeguate. Si renderebbero pertanto necessari che fossero previsti e effettuati in tempi brevi investimenti come:

 

  • il compimento del raddoppio della linea ferroviaria Viareggio-Pistoia ed anche Lucca-Pisa ;
  • l’ampliamento dello scalo merci di Porcari;
  • il potenziamento del trasporto merci ferroviario verso la Garfagnana;
  • il potenziamento del servizio pubblico nella periferia lucchese, creando corse di coincidenza con il servizio urbano ad alta frequenza.
  • il potenziamento della banda larga e della fibra in tutto il territorio provinciale

 

Unatt’enzione particolare deve riguardare la viabilità urbana di Lucca, che si dimostra insufficiente a ricevere i flussi di traffico, in particolare quello pesante proveniente dalle uscite autostradali di Lucca e dirette verso Mediavalle, Garfagnana e zona industriale lucchese fino al capannorese.

GARFAGNANA E MEDIAVALLE

 

Siamo in un momento in cui la crisi finanziaria globale ed una endemica debolezza politica hanno condotto il sistema economico locale della Valle del Serchio ad una situazione drammatica. Non vi è dubbio che a ciò hanno contribuito anche le scelte dei governi di abrogare enti di programmazione e di governo come le Province e le Comunità Montane, uniche entità di coordinamento in una realtà come la nostra, che comprende adesso 20 Comuni per una popolazione di circa 60 mila abitanti.

 

Le problematiche in materia di sanità, il ritardo su viabilità e trasporti e soprattutto la mancanza di un progetto che guardi al dopo crisi e alla necessità di un rilancio economico e sociale della Valle  impongono una attenzione particolare. Nonostante la scarsa vocazione territoriale e altre problematiche (non possiamo dimenticare l’emigrazione della popolazione garfagnina, il pendolarismo e soprattutto il tasso di disoccupazione sia giovanile sia femminile tra i più alti della provincia), nonostante questo, molte industrie grandi e piccole costituiscono ancora oggi un importante bacino occupazionale, ma abbiamo il rischio concreto di un crescente disimpegno delle aziende se non verranno effettuati gli interventi necessari.

 

In particolare l’attenzione e gli eventuali interventi dovrebbero vertere sulla viabilità, che per decenni è stato punto dolente ed anche oggi non risulta essere punto di eccellenza (per usare un eufemismo), e questo è legato anche alla fragilità idrogeologica di questo territorio che purtroppo non è mai stata affrontata in maniera sinergica e preventiva, ma ci ha sempre visto muovere al momento dell’emergenza, quindi senza una vera pianificazione e interventi strutturati nel tempo, che creerebbero occupazione e sicurezza per i cittadini.

 

Dopo un importante impulso definito in particolare dalla Provincia di Lucca dalla metà degli anni Novanta fino alla metà degli anni Duemila con il miglioramento della Fondovalle, la realizzazione dei ponti sul Serchio, della variante di Castelnuovo e di Piazza al Serchio, oggi siamo di fronte alla difficoltà di progettare le altre opere per anni “pubblicizzate” quali uno sbocco verso il nord, il miglioramento della fondovalle  e la realizzazione di collegamenti  più veloci verso  gli assi autostradali.

 

Un’ulteriore problematica è la situazione dei trasporti pubblici locali, è solo la punta dell’iceberg del costante disimpegno dei servizi pubblici cui è soggetto il territorio: vedi le poste e uffici pubblici. La politica di costante riduzione e peggioramento dei servizi di trasporto, porta gravissimi disagi all’ingente numero di studenti e lavoratori che ogni mattina sono costretti a raggiungere la piana di Lucca. E’ grave ed ingiusto che i pendolari siano lasciati soli in una battaglia impari che nel continuo rimpallo di responsabilità tra regione Toscana e FFSS, li vede purtroppo soccombenti.

 

Occorre che il rilancio della linea ferroviaria Lucca-Aulla, sia effettivo! Si devono realizzare migliorie che diano dignità alla linea con un servizio decente, con binari sicuri e carrozze dignitose. Bisogna costruire finalmente un sistema di trasporti integrati tra gomma e rotaia in grado di supportare anche le esigenze turistiche locali, è rilevante notare che per un turista è praticamente impossibile spostarsi in Garfagnana utilizzando i mezzi pubblici.

 

Un’attenzione particolare deve riguardare gli investimenti per la messa in sicurezza di questo territorio, particolarmente difficile, fragile ed ad alto rischio, ma allo stesso tempo bellissimo e potenziale motore di sviluppo per un turismo che ne può concretamente supportare il rilancio, attraverso nuova occupazione e conseguente ripopolamento. Anche per questo bisogna fare moltissima attenzione a qualsiasi intervento sul territorio che ne può pregiudicare lo sviluppo.

 

 

LA VERSILIA

 

È questa un’altra parte del territorio lucchese bellissima, un territorio che ha un brand famoso nel mondo, che sicuramente potrebbe essere sfruttato di più e meglio, perché è altrettanto vero che è anche un territorio pieno di contraddizioni, dove si contrappongono lusso e ricchezza a miseria e sfruttamento.

 

Prendiamo la vicenda del Porto viareggino chiaramente rilevante per l’intera economia versiliese, si ha la sensazione che sia da parte della amministrazione comunale, ma anche dalla Regione non venga effettuata una decisa politica di prospettiva e sviluppo. Anche l’Autorità Portuale non manifesta alcuna degna posizione e nessun tipo di iniziativa a riguardo, tanto che siamo arrivati al punto che forze politiche, alcuni soggetti interni all’amministrazione e settori importanti della vita economica cittadina ne chiedono l’azzeramento.

 

Un’iniziativa dovrebbe mirare a coinvolgere l’intera città, a chiarire finalmente compiti e prerogative della Capitaneria, a richiamare le aziende, più o meno grandi, che lì operano al loro ruolo istituzionalmente previsto, rispetto agli interessi comuni e non solo privati, a definire comunque linee di sviluppo produttivo e relativo futuro occupazionale, a chiedere una gestione trasparente delle banchine che preveda una normale certezza delle titolarità e delle mansioni da svolgervi. Rispetto a tutto ciò purtroppo è da tempo che la situazione ristagna.

 

Questa zona della provincia è caratterizzata da tre settori economici prevalenti: turismo,cantieristica/nautica e lapideo,

 

Il TURISMO continua ad essere un settore fondamentale per questo territorio, ma è ancora troppo connotato dalla forte stagionalità e dall’ampio ricorso al lavoro precario e nero. In Versilia, forse più che altrove, pesa la mancanza di una comune politica di intervento attrattivo e gestionale dei settori.

 

Spesso i Comuni operano per proprio conto così che l’offerta appare sempre più confusa, spesso ripetitiva, a volte inadeguata. A livello turistico soprattutto la gestione dei beni ambientali e delle tante manifestazioni sia culturali che sportive o culinarie sono fatte con improvvisazione e troppe volte ad esclusivo interesse di cassa.

 

Si potrebbe ragionare ad esempio sulla gestione del Parco Migliarino- San Rossore, che così come stanno le cose va bene, forse, per una tutela immobile della zona. Invece potrebbe essere interessante ragionare su di esso al fine di qualificarlo quale possibile entità in grado di garantire occupazione e lavoro di qualità, attraverso un turismo consapevole e non onnivoro delle risorse. volano per favorire interventi mirati e qualificati di tutela e valorizzazione del territorio.

 

Manca una condotta unitaria che almeno su alcune grandi opzioni (Festival Pucciniano, Versiliana ect.) coordini e diversifichi tempi e modalità di proposta.

 

La cultura dovrebbe rappresentare, così come il turismo ambientale o quello sportivo, un’espressione caratterizzante di un diverso modello di sviluppo economico. Ma sia il livello pubblico sia, ancor maggiormente, quello privato non sono di ciò né avvertiti né interessati.

 

Così l’elemento unificante i due settori risulta essere solo quello dello sfruttamento dei lavoratori, di un’offerta occupazionale spesso illegale, mal pagata e di nessun valore professionale e umano fatto di lavoro precario, insicuro e al nero. A tal proposito destano parecchie perplessità le oltre 400 assunzioni in meno di stagionali negli hotel e ristoranti della Versilia, perché a nostro giudizio dipendono anche dal fatto che si è fatto ricorso a lavoro nero e grigio.

 

Il turismo è sicuramente un settore che potrebbe dare di più se si riuscisse a destagionalizzarlo, infatti specialmente in Versilia è troppo caratterizzato dalla sola stagione estiva e più in generale i tutta la provincia abbiamo troppa pratica “mordi e fuggi”, che riduce drasticamente il valore aggiunto che ricade sul territorio.

 

Tutta la provincia di Lucca, suddivisa fra la componente balneare tipica della Versilia e quella paesaggistica e culturale dell’area lucchese e della Garfagnana, offre ampie opportunità di sviluppo del turismo di qualità, su cui occorre investire sia in termini economici che di offerta, stante la ricchezza del patrimonio artistico e naturalistico. A tale scopo sarebbe necessario che i vari livelli istituzionali a partire dalla Regione avviassero un percorso di progetti ed investimenti coinvolgendo le associazioni datoriali del settore.

 

Nel settore LAPIDEO sono occupati circa mille addetti, il settore complessivamente non va male e sono buone le relazioni sindacali, infatti nella nostra provincia abbiamo un buon contratto provinciale di settore, che stiamo andando ad aggiornare come previsto.

 

Qui il problema è la lavorazione in loco, che potrebbe portare ancor più occupazione e tanto valore aggiunto, ma mentre cresce l’export di blocchi e lastre grezze di quasi il 10 %, viceversa cala di quasi il 26 % la percentuali dei lavorati.

 

L’obiettivo previsto anche dai tavoli regionali sarebbe invece quello di arrivare ad una lavorazione sul territorio del 50%, ma mentre appunto spingiamo in quella direzione, con un confronto aperto anche adesso in Regione, i dati danno risultati ben diversi.

 

Analizziamo anche il settore EDILE a livello provinciale: qui come credo in tutto il Paese, la crisi è tutt’altro che finita, tutte le aziende più grandi della provincia hanno chiuso, restano comunque ancora circa tremila addetti, regolarmente iscritti alla Cassa Edile, anche se in realtà sarebbero di più, ma invece che dipendenti vengono  fatti passare come soci in aziende artigiane oppure tramite tante cooperative, con l’unico risultato di deregolamentarizzare ancor di più un settore già duramente colpito dalla crisi.

 

Arriviamo poi ad un altro settore presente in maniera massiccia in Versilia e molto importante per tutta la nostra provincia, mi riferisco alla NAUTICA. Un settore che era in grande espansione fino al 2008, che poi ha risentito fortemente della crisi ma che da circa due anni dà segnali di forte ripresa. Basti pensare che nella top ten dei costruttori mondiali 5 sono di Viareggio.

 

Purtroppo la quantificazione degli addetti rischia di essere molto approssimativa, proprio perché alla ripresa dalla crisi non è stato modernizzato il modello produttivo, ma anzi si è ripresentato il vecchio modello ulteriormente peggiorato con una deregolamentazione selvaggia del lavoro.

 

Prima della crisi il rapporto fra lavoratori diretti ed indiretti era 1 a 3, adesso il rapporto fra i circa mille diretti e gli indiretti è arrivato ad 1 a 10.

 

Più o meno tutte le imprese ormai da anni operano secondo un modello di organizzazione che porta ad un’estremizzazione nella terziarizzazione di tutte le attività produttive, con una filiera produttiva che sfugge al nostro controllo, sono 1.400 le imprese che a Viareggio operano intorno alla nautica.

 

Un esempio è alla Azimut dove tutti i giorni entrano a lavorare 800/900 persone, delle quali 240 diretti, delle quali a sua volta solo circa 20 in produzione. Fra i lavoratori interessati fra il 40% ed il 50% sono stranieri, che lavorano nelle peggiori condizioni, con paghe di 4 o 5 euro l’ora, che vengono immessi nel ciclo produttivo senza alcuna preparazione e con alcuni che mangiano e dormono in auto.

 

Ricordiamo che connessa a questa industria, inoltre, va considerata un’ampia gamma di servizi turistici e portuali, che va dalle scuole nautiche al trasporto delle imbarcazioni, dal rimessaggio, al refit. Un combinato disposto che vale il 44% del giro d’affari (contro il 56% della produzione) e che rende la nautica molto più rilevante di quanto emerga dalle statistiche ufficiali, che non ne fanno percepire la reale incidenza economica e occupazionale.

 

Siamo di fronte ad una giungla di appalti, subappalti e ricorso a cooperative, che sempre più distruggono professionalità e competenze, trascurano la sicurezza dei lavoratori e peggiorano le loro condizioni di vita. Anche alcuni imprenditori sono consapevoli che l’attuale modello si è, anche dal loro punto di vista, spinto troppo oltre e che la acerrima concorrenza fra loro, fatta di ribassi su ribassi, può portare ad una implosione del comparto stesso e ad un pericoloso abbassamento della qualità del prodotto.

 

Sicuramente un contributo migliore potrebbe essere dato dalle amministrazioni pubbliche, in quanto si opera in porti regionali e su demanio pubblico, purtroppo non c’è un ruolo di governo sufficiente né del Comune né della Regione, non si è cercato e creato un legame fra occupazione di qualità e concessioni demaniali, con il risultato di precarietà, lavoro grigio ed insicurezza.

 

Per gli stessi motivi e con le stesse finalità, gli Enti pubblici dovrebbero muoversi sull’area produttiva attualmente gestita dal Consorzio “Polo Nautico“ (che è la più grande area demaniale esistente a Viareggio, destinata alla produzione nautica, che per le proprie dimensioni se gestita unitariamente è più che mai adatta alla costruzione delle imbarcazioni sopra i 60 metri, oggi fra le più richieste dal mercato).

 

La Regione (ed il Comune di Viareggio) potrebbe pensare di entrare (direttamente o attraverso una propria controllata) nella compagine consortile per cercare di governare i processi ed evitare speculazioni e/o rendite immobiliari.

 

Solo adesso e meno male dietro le nostre insistenze, si è aperto un tavolo in Regione con amministrazioni, aziende e Parti Sociali, ma la strada è molto lunga. Concludendo, la nautica dovrebbe essere un settore di grande prospettive e non una grande criticità, che rischia anche la delocalizzazione di parte importanti della produzione locale!

 

La cantieristica e la nautica fanno parte del settore METALMECCANICO che in provincia di Lucca registra circa  8 mila addetti nell’industria metalmeccanica e 4 mila nell’artigianato; oltre la nautica e la cantieristica gli altri due macro comparti sono quello delle macchine per la carta e quello degli oli e gas. Quest’ultimo è un settore molto volubile e dipendente dal prezzo del greggio e dalle turbolenze geopolitiche internazionali, gestito da grandi multinazionali.

 

Note molto positive arrivano dalle aziende meccaniche che producono le MACCHINE PER CARTIERE (e non solo per quelle lucchesi). È in sostanza il vero e proprio distretto nazionale del settore, che conta 105 stabilimenti, 2.260 addetti, per un fatturato di 925 milioni di euro ed un export di 630 milioni di euro.

 

Il settore continua a registrare un buon andamento e ad avere buone prospettive. I portafogli ordini si assestano all’arco dei dodici mesi (una visibilità tutto sommato ancora buona ma inferiore a quella degli ultimi anni). Il mercato continua ad essere in espansione ma con potenzialità più limitate: il che fa prevedere, a medio termine, una maggiore e più accesa concorrenza con possibili assestamenti e riposizionamenti. Movimenti che sono già in corso e che devono essere da noi seguiti con attenzione

 

Tutte le fabbriche godono di buone relazioni sindacali e vi si applicano i contratti di riferimento, per citare alcune eccellenze potremmo nominare la Fosber e la Perini.

 

È uno dei principali settori trainanti dell’industria lucchese, molto orientato all’export e protagonista di forti processi di innovazione. Un’innovazione che (almeno per ora) non sembra  generare ridondanza negli organici.

 

Sempre riferito alla metalmeccanica abbiamo poi un importante e storico insediamento produttivo in Garfagnana a Fornaci e mi riferisco alla KME, che produce rame e dove vi sono circa 600 dipendenti, purtroppo è molto che sta attraversando una grave crisi e c’è un confronto aperto che la categoria sta seguendo con scrupolo perché non ci possiamo permettere la chiusura di un’azienda di queste dimensioni in un territorio già profondamente provato dalla crisi.

 

Andando avanti nella breve sintesi dei vari settori produttivi (che comunque sarà sicuramente approfondita dagli interventi delle categorie di riferimento), abbiamo un settore che nella provincia ha rappresentato sempre un tratto importante, ma che adesso risente in maniera massiccia della crisi.

 

Mi riferisco al TESSILE CALZATURIERO dove gli addetti sono oltre 2 mila, ma sono collocati quasi tutti in imprese molto piccole, che lavoravano prevalentemente conto terzi, con produzioni di medio/bassa qualità. Occorrerebbe più sinergie fra i vari soggetti e diciamo un governo strategico dell’intero settore, che è calato anche nelle esportazioni.

 

Ultimo episodio doloroso la crisi della Conte of Florence il cui Centro Direzionale con oltre 50 dipendenti è ad Altopascio, più ci sono circa 300 negozi con lavoratori sparsi in tutta Italia.

 

Concludo con IL SETTORE CARTARIO che è sicuramente il più importante settore manifatturiero della provincia di Lucca ed è un po’ il suo fiore all’occhiello. È una produzione che ha una storia antica che risale addirittura al 1307, dove si vede come le cartiere di Lucca hanno saputo adeguarsi e trasformarsi con nuovi prodotti, permettendo a Lucca di essere un polo cartario di importanza mondiale, che occupa  circa 7.260 addetti, in circa 250 stabilimenti ed inoltre genera un indotto diretto di circa altri 1.500 addetti.

 

Il fatturato è di circa 4.050 milioni di euro, dei quali 1.025 son quelli relativi all’export.

Oggi la produzione principale è la CARTA TISSUE, la carta per usi domestici e sanitari, qui si produce circa l’ 80% della produzione nazionale, quasi il 10% della produzione europea, cioè circa 1 milione di tonnellate annue.

 

Ci sono sul nostro territorio i primi marchi mondiali di produzione di carta, la cellulosa necessaria per la lavorazione arriva dal Sudamerica e dall’Asia attraverso il porto di Livorno, che è un nodo essenziale e come ho già detto è notevole lo sforzo fatto continuamente verso una produzione ambientalmente sostenibile ed il risparmio del consumo energetico che attualmente è di 1.720 milioni di KWh.

 

***

 

 

LA CGIL

 

In questo territorio ed in questo contesto la CGIL anche a Lucca è presente e lavora, siamo dislocati in ben 17 sedi, siamo presenti in tutti i settori produttivi ed in tantissimi luoghi di lavoro.

 

Qualcuno, cercando di denigrare il nostro ruolo, dice che siamo inutili, ebbene a costoro dico che soltanto nella nostra provincia negli ultimi anni, abbiamo fatto più di 500 contrattazioni, alcune acquisitive e migliorative, molte per la verità difensive, ma chiedete alle migliaia di lavoratori interessati se la loro sorte sarebbe stata migliore o peggiore senza l’aiuto ed il lavoro del sindacato?

 

Purtroppo non siamo riusciti a salvare tutti i posti di lavoro, ma di sicuro senza il sindacato gli esiti sarebbero stati ben peggiori, sia in termini di licenziamenti sia in termini di sussidi ottenuti.

 

E vogliamo parlare della contrattazione sociale fatta verso le amministrazioni, decine e decine di accordi negli ultimi quattro anni che di sicuro hanno portato agevolazioni alle fasce più povere e deboli della società, perché il sostegno ad una famiglia lo dai sì se rinnovi un contratto di lavoro, ma lo dai anche se gli garantisci un servizio o se glielo fai costare meno.

 

Ma mentre noi pur in questo contesto difficilissimo portiamo avanti la contrattazione sulla base della nostra forza e rappresentanza, denunciare e respingere, anche qui, il tentativo di insediamento dei contratti pirata.

 

Uno dei fenomeni più negativi che sta destrutturando il mercato del lavoro è il cosiddetto dumping contrattuale e proprio di questi giorni una nota dell’Ispettorato nazionale del Lavoro mette in guardia l’imprese sull’applicazione di contratti comparativamente meno rappresentativi.

 

Purtroppo molte volte si tratta di veri e propri contratti pirata che violano le regole essenziali, altre volte si agisce in maniera più sottile ma il risultato finale è sempre a scapito del lavoratore. Queste associazioni molte volte spondano con veri e propri sindacati di comodo.

 

Qui a Lucca abbiamo la sede nazionale di Conflavoro, una delle più grandi associazioni nazionali, nata a Lucca poco più di due anni fa; dalle due sedi iniziali a Lucca adesso ne ha circa 50 in tutta Italia ed è presente in tutte le regioni.

 

Lavora con sindacati di riferimento, alcuni solo per gli italiani ed altri solo per i migranti (Confsal, Fesica, Fisals) e già questo la dice lunga ….

 

Vediamo contratti con copertura sanitaria al massimo di 45 giorni per qualsiasi tipo di malattia.

Il welfare aziendale dilaga nei contratti stipulati ma per la verità anche nei contratti in somministrazione. Contratti dove le ferie sono spesso a totale discrezione dell’azienda, gli straordinari sono obbligatori e spesso vengono definite clausole per ampliare la flessibilità dei part-time.

 

Purtroppo mentre prima certe associazioni agivano solo in microaziende ed in numero limitato, adesso si stanno includendo sempre più aziende più grandi uscendo dal settore artigianale ed allargandosi pericolosamente. Noi saremo sempre più vigili pronti a denunciare la dove si presentano situazioni di evidente illegalità.

 

Ma queste cose rendono ancora più cogente la necessità di una legge sulla rappresentanza, che la Cgil sta chiedendo da anni. In Cgil un gran lavoro viene svolto dalle categorie, un altro importante lavoro viene svolto dai servizi su cui dobbiamo investire e valorizzare, ma soprattutto la Cgil è un sindacato generale, che si cura anche degli interessi generali del Paese, perché ciò è fondamentale per gli interessi di tutte le persone, specialmente quelle più deboli.

 

È per questo che abbiamo raccolto più di 8 mila firme (e fatemi fare un ringraziamento particolare allo SPI per l’impegno profuso) per denunciare ed avere risposte sul problema delle liste di attesa in Sanità, settore questo dove oggettivamente tutta la provincia è in sofferenza e infatti noi con la Cgil Toscana portiamo avanti una vertenza per garantire questo diritto costituzionale che purtroppo dimostra anche qui sempre più pecche e problemi.

 

Sempre sul versante del lavoro, unitariamente a CISL ed UIL abbiamo inviato a tutti i Comuni della provincia una piattaforma per addivenire ad un Protocollo sugli appalti, settore questo che come precedentemente detto è veramente delicato e molte volte incubatore di molte forme di lavoro sfruttato, nero ed insicuro.

 

Purtroppo ad oggi solo con il Comune di Capannori siamo vicini ad un possibile risultato, dagli altri quando è andata bene vaghe promesse, altrimenti niente e questo mi dispiace, non è un bel segnale.

 

Invece un bellissimo segnale è arrivato dal Comune di Lucca sulla delicata questione dei migranti e delle politiche abitative, parlo per la Cgil ovviamente (poi faremo l’incontro tutti insieme), ma la bozza di accordo che ci ha inviato l’assessore Del Chiaro è molto, molto buona.

 

Come Cgil abbiamo fatto anche moltissime iniziative pubbliche sul territorio, e partecipato ad importanti iniziative e manifestazioni nazionali, oltre gli scioperi ovviamente, ne cito solo due per brevità: Lucca Città Aperta e la partecipazione numerosa alla Marcia per la Pace ad Assisi.

 

Spesso al nostro fianco abbiamo avuto tante associazioni democratiche, con due di queste abbiamo condiviso praticamente tutto e le ringrazio in maniera particolare, grazie ad ARCI ed ad ANPI, ho iniziato il mio lavoro da segretario a Lucca condividendo con loro la battaglia in difesa della Costituzione e da allora abbiamo praticamente fatto tutte le nostre iniziative e le nostre lotte insieme.

GRAZIE COMPAGNE E COMPAGNI, siete fantastici.

 

***

 

La discussione nazionale e l’esperienza maturata assieme sulla nostra realtà mi porta a ritenere, nazionalmente e localmente, che dobbiamo interrogarci su come siamo organizzati, su come funzioniamo, su come possiamo e dobbiamo cambiare.

Dobbiamo porre con forza la questione di come siamo fatti, ovvero se il nostro modello organizzativo è coerente con quello che vogliamo fare e rispetto a come si riorganizzano le catene del valore ed i cicli produttivi: ed è questo un tema che una volta deciso politicamente deve tradursi in modifiche cogenti della nostra modalità di funzionamento e di organizzazione.

Non si contrasta la corporativizzazione con la verticalizzazione categoriale, ma solo con il rilancio della confederalità e con la centralità della ricomposizione orizzontale del lavoro nella dimensione delle Camere del Lavoro territoriali.

Se la storia della Cgil è sempre stata caratterizzata da questa produttiva e variamente orientata polarità, oggi il pendolo deve assestarsi sulla dimensione orizzontale e camerale, con tutte le scelte organizzative conseguenti e coerenti.
È necessaria una mobilitazione che assuma le forme di una vertenza diffusa, con parole d’ordine e proposte chiare, nette e radicali da sostenere con la lotta. È necessario interrogarci sul tema della troppe volte mancata continuità nella nostra iniziativa e del troppe volte mancato coordinamento dell’insieme delle nostre strutture rispetto all’iniziativa confederale: quale senso politico dobbiamo dare all’inerzia ed alle resistenze che la proposta ci stimola ad analizzare?
Pensioni, sanità pubblica, scuola pubblica, Articolo 18, riduzione dell’orario di lavoro e questione salariale, rilancio del perimetro pubblico e qualità ambientalmente sostenibile dello sviluppo assieme ad un nuovo e rinnovato intervento pubblico in economia: questi gli assi d’intervento per la nostra Cgil.
Un intervento che veda convergere sia le categorie che l’intero sistema dei servizi nell’iniziativa generale, coinvolgendo anche il mondo organizzato dei consumatori e dei cittadini nelle grandi scelte di sviluppo infrastrutturale, partendo dai beni comuni e dall’intero sistema dei servizi pubblici locali.

Occorre lavorare per una soluzione unitaria del congresso sia sulla linea politico-sindacale che sulla costruzione del futuro gruppo dirigente, valorizzando il contributo della pluralità di pensieri presente nella nostra organizzazione.

Se ci affideremo ad una valutazione politica la scelta non sarà difficile, perché passerà dalla valutazione di quel che abbiamo fatto, di come siamo messi e di quello che dobbiamo fare: sarà Segretario o Segretaria chi al meglio saprà interpretare dentro e fuori l’organizzazione le scelte che collettivamente prenderemo.

 

La segretaria generale Susanna Camusso ha provveduto ad effettuare un ascolto largo del gruppo dirigente, coinvolgendo tutte le Camere del Lavoro territoriali. Scelta giusta, corretta e condivisibile, logica traduzione di quell’andare verso i territori che caratterizza il documento politico congressuale.

Il nome che viene presentato ufficialmente come candidato del Centro Regolatore Nazionale alla futura Segreteria Generale è quello del compagno Maurizio Landini, che rappresenta per l’organizzazione l’indicazione più coerente con gli obbiettivi indicati nel documento nazionale e per proseguire nel percorso di autonomia e mobilitazione che ci siamo dati.

 

Io penso che il compagno Landini abbia tutte le caratteristiche giuste per guidare la Cgil in questo mare aperto, sapendo che la forza della Cgil è nella sua unità e nel riconoscimento dei suoi pluralismi. Non un uomo solo al comando dunque, ma un gruppo dirigente in sintonia con la nostra base e capace di una gestione collegiale.

 

 

 

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Aggiornato il: 17-10-2018 12:43