“I fratelli Michelangelo” (V. Santoni, Mondadori, 2019)

Non voglio neanche correrlo il rischio di rimettere a posto le cose”

Un padre avanti con gli anni, Antonio Michelangelo, ex ingegnere e artista di fama internazionale, assente dalla vita familiare dai trascorsi molteplici, chiama a raccolta a Vallombrosa i cinque figli avuti da quattro donne diverse.

Aurelia, Louis, Cristiana, Rudra, Enrico, hanno dai trenta ai cinquanta anni e in questo invito del padre scorre la loro vita passata, presente e futura.

Si aprono così i capitoli che ci portano nelle esistenze di questi “giovani”, nei loro sogni, nelle loro ambizioni. Vengono messe a nudo difficoltà, speranze, batoste con grande ironia, realismo, audacia tanto da poter divenire in qualche modo esperienze e narrazioni paradigmatiche a livello generazionale.

Il mondo dell’arte giovane, della scrittura, degli affari illeciti, delle instabilità emotive, lavorative e relazionali prende corpo nei racconti che ogni personaggio offre, ognuno col suo stile, il suo lessico, il suo ritmo.

Sono viaggi nelle vite dei protagonisti quelli che Vanni Santoni ci propone ma anche punti di vista sulle contrastanti realtà del nostro tempo. E’ vincente l’aria internazionale del libro: non importa quanto lontano si debba andare se riusciamo a inseguire un sogno, un amore ma soprattutto l’autenticità di essere se stessi sensibili a ciò che ci circonda.

Il padre Antonio è una figura assente, evocata, delineata dai ricordi e dalle aspettative dei figli. E’ un padre che rappresenta anche i padri di un mancato e profondo scontro generazionale.

Il libro è imponente, circa seicento pagine che scorrono rapide, coinvolgendo sotto diversi profili il lettore, riuscendo a portarci in un meccanismo narrativo complesso senza stancare.

Si apre la storia con Viareggio: una Viareggio balneare, legata agli ottanta, vista con gli occhi di chi trascorreva le vacanze nella città tirrenica, con qualche elemento di nostalgia laddove i cambiamenti urbani e sociali sono più evidenti. E’ la città che apre poi la strada per altri luoghi e da cui subito la storia inizia con una rottura degli schemi: la realtà non è quella che sembra. Esistono storie non narrate, segreti che si possono svelare, anche dopo tanti anni. E in questo la città del Carnevale e anche del contrasto estate-inverno fa da ottimo sfondo. Si possono avere ruoli diversi, forse maschere pur essendo comunque se stessi. Non a caso il capitolo che riguarda il personaggio legato a Viareggio riecheggia un titolo pirandelliano “Il fu Enrico Romanelli”.

E molta lettura fa la parte del leone nella narrazione di Vanni Santoni: splendida la citazioni di titoli e autori fra gli scaffali di una libreria, da “La campana di vetro” a Calvino, passando per Celan, Fenoglio, Eco, una grande dichiarazione per la letteratura intesa come intelaiatura su cui si tessono anche i fili del proprio essere e della propria storia.

Anche l’arte con le difficoltà di chi in questo mondo vuole affermarsi ha un posto rilevante.

I personaggi sono splendidi, nelle loro sfaccettature, nel loro modo diversificato e efficace di coinvolgere il lettore.

Una vera e propria saga a cavallo del millennio, ritratto di una generazione in via di definizione che forse proprio nella non risoluzione trova il tratto distintivo.

L’autore

Vanni Santoni (1978) ha esordito con “Personaggi precari” . Ha pubblicato tra gli altri “La stanza profonda” (2017, Laterza) e “L’impero del sogno” (2018, Mondadori). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013). Dirige dal 2013 la collana narrativa per Tunuè e scrive sul Corriere della sera e sul Corriere Fiorentino.

 

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