Il 18 novembre in anteprima su Raiplay e il 25 novembre su Rai 2 ha debuttato in tv la serie de “L’Alligatore”. Gli episodi, tratti dai romanzi di Massimo Carlotto (ed. E/O) che hanno reso celebre l’investigatore Marco Buratti, hanno la firma in regia di Daniele Vicari e Emanuele Scaringi, le musiche originali di Theo Teardo, l’interpretazione di Valeria Solarino e Matteo Martari.

Una serie innovativa per la produzione Rai per i temi trattati:un detective senza licenza in mezzo a misteri, malavita, indagini, una variegata umanità inquieta tra prostitute, cantanti, delitti e percosse, indagini criminali.. Il tutto a ritmo di un paesaggio veneto che si staglia in modo determinante nella storia a ritmo di blues, atmosfere malinconiche, e molto amore, eros e libertà.

Massimo Carlotto, spesso in Versilia per premi, rassegne e presentazioni, accetta di buon grado l’idea di un’intervista su “l’Alligatore” appena sbarcato in tv e l’incontro telematico si traduce in una chiacchierata stimolante, profonda e divertente, come accade ogni volta che ci ritroviamo a parlare insieme.

Il debutto dell’Alligatore in TV: quali emozioni, paure, aspettative, soddisfazioni hanno caratterizzato il percorso per arrivare alla serie in tv?

Realizzare la serie de “L’Alligatore” mi ha permesso di volgere un’occhiata al passato, un passato lungo venticinque anni, e a quanto intorno all’Alligatore siano stati fatti spesso progetti non andati in porto. Come ad esempio quello con la Scozia, probabilmente una questione enoculturale di traduzione del Calvados in Whisky. L’incontro con Fandango (casa di produzione dell’Alligatore) e Procacci mi ha procurato la notevole emozione di lavorare con dei grandi professionisti, di essere in ottime mani e la possibilità di confrontarmi con persone da cui avrei imparato molto. Vicari ha dato un’interpretazione dei romanzi che mi è piaciuta. Sono rimasto favorevolmente sorpreso dall’alto livello di entusiasmo: sceneggiatori straordinari (Cedrola e Paolucci,), grandi registi e interpreti. Per me velocemente si è trasformato nel mondo dei balocchi dove ho potuto dare il mio modesto contributo. Ho potuto imparare divertendomi anche nel fare le scelte più difficili. E poi nel visionare il pre-montato mi son ritrovato.

Credo che il mestiere dello scrittore sia abbastanza “solitario”, per quanto soprattutto la tua opera sia frutto, per esempio, di un continuo e affettuoso confronto con il pubblico. Se nella stesura del romanzo si lavora molto in solitudine, il prodotto filmico è indubbiamente un’opera di respiro collettivo, spesso ancora con un’atmosfera da laboratorio artigianale. Ci sono le varie maestranze che si coordinano e si sintonizzano per arrivare a raccontare con il linguaggio del cinema una storia. Per Marco Buratti, di cui hai firmato anche il soggetto e la sceneggiatura, ti sei trovato così a lavorare con regista, musicista, interpreti. Come è stata questa esperienza? Quali gli elementi che hai trovato più stimolanti? C’è qualcosa di questa esperienza che apporta un contributo a te come scrittore?

Mi è sempre piaciuto lavorare in collettivo come nell’esperienza di Perdas de Fogus col collettivo Sabot. Sono abituato a lavorare in teatro e con i musicisti perché amo la dimensione collettiva del confronto. In questo caso i due registi hanno saputo dare l’impronta giusta portando la nave in porto. E’ significativo e bello lavorare con dei professionisti bravi.

Provenendo dal mondo del cinema per formazione personale, ho apprezzato molto la capacità di Vicari, super visore artistico, di andare oltre la traduzione di un romanzo in pellicola. Dagli episodi emerge quanto tutto il cast sia entrato nel vivo della storia, contribuendo a raccontarla, pur rimanendo fedeli all’essenza originale, con il linguaggio del cinema attraverso uno studio capillare di inquadrature, campi, luci, cromatismi, fotografie, ritmo narrativo. Credo che sia veramente un prodotto capace di portare l’hard boiled sullo schermo in modo esaustivo. Quali elementi del linguaggio cinematografico sono stati più determinanti nel rendere il tuo mondo di Marco Buratti in TV? Gli elementi principali direi che sono stati la regia perché parte sempre da un punto di vista preciso e la musica che nella serie è davvero determinante, un vero personaggio principale. Da subito Vicari voleva rendere il Veneto una vera e propria Luisiana nostra e il blues è stato determinante, la chiave parte tutta da lì. Un irregolare circondato da irregolari che fanno piccole battaglie. E anche il linguaggio, italiano e dialetto impastato col blues, rendono questa particolare atmosfera.

Oltre che al soggetto e alla sceneggiatura, compari in un cameo. Come è stato recitare dentro a una propria storia?

Mi sono divertito moltissimo, avevo girato due scene e ho pianto quando hanno tagliato la seconda. Mi piaceva stare lì, speriamo di poter fare altri camei. In realtà alle mie spalle avevo già un cameo nel film “Jimmy della collina” con un lungo piano sequenza alla francese.

La musica nei tuoi libri è fondamentale, è un elemento narrativo al pari della scrittura, delle descrizioni, delle caratterizzazioni. Theo Teardi ha firmato una playlist originale davvero intesa e pertinente con le storie. La musica qui non funziona solo da accompagnamento, ma il più delle volte è la musica stessa che detta il ritmo narrativo Tu, da attento cultore del blues, quanto pensi abbia giocato un ruolo importante nella serie tv la musica?

Teardo lo conoscevo già dai tempi della musica per “Il fuggiasco”. Sul piano musicale nella fiction dobbiamo distinguere tre piani: le musiche originali di Theo (disponibili su diverse piattaforme dal 25 novembre), i vari gruppi che suonano nella puntate e i blues tratti dal repertorio di Alessandro Portelli, la più grande raccolta di blues registrati per strada. Mai una serie tv ha avuto una cura così approfondita dal punto di vista musicale.

Come nei tuoi libri, l’eros, il rapporto con il corpo, hanno un ruolo importante nelle storie, mai fine a se stesso né tanto meno pruriginoso. E’ stato facile trasmettere questa idea nelle sequenze filmiche dove i corpi e gli atti sono necessariamente “mostrati”?

Io ho ritrovato l’idea di sesso dei miei libri nella fiction grazie al passaggio romanzi-registi-attori. Originale è lo sviluppo di Greta che, a differenza dei romanzi dove è solo nel primo, qui si dipana in tutti gli episodi.

L’ambientazione gioca molto bene con campi lunghi nel Veneto, facendo l’occhiolino ai paesaggi americani, e inquadrature più tipicamente noir negli interni, come nel classico hard bolied. Cosa hai provato nel vedere la tua terra come un set per una serie così complessa e ben fatta?

Sono andato in giro con due registi e la produzione a caccia di luoghi e subito mi è piaciuto lo sguardo sul Veneto: non da cartolina, luoghi belli, affascinanti ma reali, derivati nella scelta da un accurato studio sul territorio.

Dell’interpretazione di Matteo Martari, cosa hai ritrovato nella tua creatura che è Marco Buratti?

Non ho mai descritto fisicamente Buratti nei romanzi per lasciare spazio all’immaginazione del pubblico. Già nella trasposizione in grapchi novel a cura di Igort, Buratti aveva preso delle sembianze tutte se. Io quando tornerò a scrivere dell’Alligatore, riprenderò il mio che ha le sue caratteristiche fisiche e che condivide con gli altri i lati caratteriali e esistenziali.

Ammettiamolo che io ho sempre stimato molto Daniele Vicari, da “Velocità massima” (2002) in poi, con il capolavoro di “Diaz-Don’t clean up this blood “(2012). Nei suoi film il linguaggio del cinema riesce a essere efficace, rispettoso, senza risparmiarsi, soprattutto nelle denunce sociali. Anche ne “L’Alligatore” la denuncia sociale è fondamentale. Come vi siete trovati tu e Daniele nella cura di questo aspetto?

E’ un regista che ha sempre evitato storie criminali, anche raccontando Fava, per intenderci, cercava di raccontare la società. Ha trovato nelle contraddizioni dell’Alligatore una lente di ingrandimento per l’analisi sociale.

In genere il pubblico dei lettori è molto esigente con le “trasposizioni” dei libri in film. Io, amando entrambi i mezzi, preferisco vedere libro e film come qualcosa di più di una traduzione, mi piace pensarli come due prodotti comunicativi differenti, legati ma indipendenti. Il pubblico, il tuo pubblico che ti segue con grande stima attraverso pagine facebook, account twitter cercando un riscontro quotidiano con te, come ha accolto Marco Buratti in tv?

C’è stata ovviamente una girandola di giudizi pubblici e privati, come la storia di Virna e dell’Alligatore su cui il pubblico si è espresso in modo molto preciso e con forza. Dai primi riscontri posso dirti che la coppia Martari-Trabacchi funziona, così complessivamente come le atmosfere, romanzo e film insomma sono molto uguali e molto diversi .

Potrebbe accadere anche che dalla serie tv qualcuno abbia voglia di leggere qualcosa di Carlotto. Pensi che la commistione dei canali narrativi possa aiutare a coinvolgere nuovi lettori?

Qualcuno ha cominciato a rileggere, hanno ristampato le copertine, spero di conquistare qualche nuovo lettore.

A proposito di commistioni, in questo 2020 bello “complicato”, sei riuscito a stare vicino ai lettori con ben quattro opere molto diverse: un romanzo (La signora del martedì, Ed.E/O, 2020), una raccolta di racconti esemplificativi del noir (Variazioni sul Noir, ed. Cento Autori, 2020), un graphic novel (“Ballata per un traditore”, ed. Feltrinelli, 2020) e la serie tv de “L’Alligatore”. Di ogni tipologia di opera cosa ti piace e cosa invece trovi più limitante? Cosa hai in cantiere per i prossimi mesi?

Non tutte le storie sono adatte a essere raccontate col romanzo. Uno scrittore deve sapersi misurare con diverse forme narrative, deve scrivere tutto perché l’immaginario del il lettore è infinito e ne va tenuto conto. A me interessa la storia, non faccio differenza di generi, mi interessa il progetto e sono contento sì di queste quattro uscite impreviste e che si sono accavallate grazie a miei ritardi. Comunque in programma di uscite ci sono un giallo Mondadori, un romanzo e un nuovo romanzo dell’Alligatore dove tornerà Greta.

Su questo ultimo scoop ci mettiamo a ridere, per l’ennesima volta a dire il vero e ci salutiamo. E’ stata una chiacchierata molto piacevole, piena di digressioni e curiosità, con il piacere di intervistare uno scrittore che ami e conversare amabilmente con un amico. Buona visione e buone letture!

Erika Pucci

@erykaluna

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alligatore carlotto serietv

ultimo aggiornamento: 25-11-2020


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