“Il valore affettivo” (Einaudi, 2021) è il romanzo con cui Nicoletta Verna, toscana d’adozione, debutta nel mondo della narrativa. L’esordio colpisce molto per la storia familiare che racconta, per lo stile, le scelte narrative e per la grande attenzione di pubblico e di critica hanno riservato al romanzo. In poche settimane “il valore affettivo” risulta tra i primi posti nelle classifiche della narrativa italiana. In questa intervista approfondiamo il mondo del libro, dei personaggi e di Nicoletta Verna.

  1. Partiamo dal titolo. “Il valore affettivo” è una storia familiare molto forte legata a una perdita importante, agli equilibri da ristabilire e alle conseguenze psicologiche che tutto ciò ha nella protagonista. Al netto degli accadimenti, qual è il cuore del valore affettivo che evochi nel titolo?

In questo romanzo ci sono molti ossimori e il primo sta proprio nel titolo, che parla di affetto negandolo: Bianca si preclude qualunque sentimento ed emozione, vive nel ricordo, non sa e non vuole provare affetto verso gli esseri umani e quindi ne coltiva una versione contraffatta, snaturata, verso gli oggetti (il significato corrente del termine “valore affettivo” è questo). Ancora in senso antifrastico, il titolo sottende un altro tema del romanzo, il materialismo: oggi anche l’affetto ha un valore, è una merce come tutto il resto.

  • Bianca è un personaggio complesso a cui hai dato una voce profonda e inquieta attraverso l’uso di una prima persona gestita in modo magistrale. Come presenteresti Bianca a chi ancora non la conosce?

Anche Bianca è un ossimoro: a dispetto del suo nome la sua anima è oscura, a dispetto delle splendide apparenze la sua vita è spaventosa. È una donna prigioniera di un dolore insanabile, che elabora come rimorso e fa poi deflagrare in un’impossibile strategia di sopravvivenza, di redenzione. E ci riesce: ma naufragando lontana da sé stessa. Osserva e racconta tutto questo, però, senza autocommiserazione ma anzi con uno sguardo cinico, distaccato, spesso ironico.

  • Nel libro ci sono temi molto delicati che hai approfondito rendendoli materia narrativa, come il mondo del marketing, della medicina, delle psicosi. Quanto è stato importante l’approfondimento specialistico in un universo narrativo molto emotivo e introspettivo e che ruolo ha?

La voce narrante di Bianca è sofferta ma insieme asciutta, quasi chirurgica nelle sue descrizioni del mondo: spesso non evoca ma circoscrive, analizza, sviscera (ad esempio la sua malattia, l’endometriosi). Per costruirla è servita una ricerca anche tecnica relativa agli elementi che ruotano intorno al cuore del romanzo (la psicoanalisi, la ginecologia, il marketing). Perché la descrizione minuziosa di quei mondi, anche nei loro dettagli più assurdi, è il mezzo per rappresentare lo spazio interiore di Bianca, verticalizzare il personaggio.

  • Senso di colpa e apparenza sono forze che animano i conflitti all’interno del libro. In cosa hai trovato il processo di scrittura più complicato e in cosa più soddisfacente?

La parabola di Bianca si snoda su piani cronologici alternati che si incastrano in maniera abbastanza certosina, con un meccanismo di rimandi interni e riferimenti che doveva funzionare perfettamente. Questo è stato abbastanza difficile e finché non ho costruito una serie di schemi, mappe, diagrammi non ne sono venuta a capo. È stato l’aspetto più complicato ma, per certi versi, anche il più soddisfacente: un meraviglioso e appassionante esercizio sugli aspetti più tecnici, meno istintivi della scrittura.

  • Nel presente evocato siamo nell’anno in cui la Concordia è affondata nel 2012. Perché hai scelto proprio questo anno?

Il riferimento temporale effettivamente non era così necessario, perché sarebbe stato comunque chiaro che la narrazione si svolge negli anni Dieci del Duemila. Ma poi ho pensato che Bianca ci dice così tanto di sé, è così minuziosa nei dettagli che non poteva non circostanziare la sua vicenda anche dal punto di vista cronologico. Ecco quindi l’accenno alla Costa Concordia, che è anche simbolico: in quella immensa nave arenata senza colpa e senza via di scampo Bianca rivede sé stessa, nel breve fotogramma fra un reality e uno spot tv è espressa la potenza dei media che mischiano tragedie e frivolezze. Come è successo a lei.

  • Maternità, sorellanza, rapporto filiale, compagna, amica, lavoratrice: in Bianca hai saputo trattare senza sconto tutti gli aspetti relazionali femminili. Cosa ti intriga di più di questo puzzle e quale elemento è stato più difficile da rendere racconto?

Ciò che mi intriga è il fatto che Bianca incarna e viva tutti questi aspetti senza però la minima partecipazione emotiva, almeno in apparenza. Le sue amicizie sono fittizie, il suo lavoro è effimero. Il suo compagno, Carlo, le è indifferente. Bianca non ha obiettivi professionali, non ha aspettative. Tutta la sua vita è motivata da pochi imperativi: non provare emozioni, attuare “il piano” e ripetere gli automatismi appresi dalla disciplina del nuoto (“Appoggio, trazione, spinta, apertura, respiro. Recupero, virata”) per superare i momenti drammatici. E in questa disperata rinuncia di sé stessa si consuma la sua tragedia. In modi meno parossistici, meno “romanzati” a quante donne accade?

  • Credo che nel libro ci sia un interesse marcato sulla visione: come i personaggi si vedono ma anche il ruolo della televisione, vicolo del rapporto di Bianca con sé stessa ma anche con sua madre e con lo status sociale che ottiene. Oggi conferiresti lo stesso valore ai social media nelle nuove generazioni? Con quali differenze e analogie?

L’immaginario mediale del romanzo è quello della tv anni 90 e 2000, quello descritto da Meyorowitz nel suo intramontabile. Oltre il senso del luogo, un classico dei media studies che analizza come i media elettronici di massa, in primis la tv, hanno abolito sia il concetto di “distanza” tradizionalmente inteso, sia i confini tra la scena pubblica e il “retroscena”. I social media hanno portato a totale compimento questo processo: distanze, ruoli, status sono tramontati e il pubblico e il privato si sono fusi in un nuovo e stravagante “spazio intermedio”. Le analogie fra questi tipi di media sono queste. Ci sono anche differenze, però. Bianca ha fatto televisione ma è completamente solipsista e autodiretta: avrebbe odiato e trovato ridicoli i social, che richiedono un’immedesimazione e un senso di socialità assai maggiore rispetto a quello richiesto dalla tv. A meno che non avesse scelto di indossare l’ennesima maschera. Chissà.

  • Nicoletta Verna, ci uniscono tante passioni ma anche due città, Forlì e Firenze. C’è qualcosa di questi luoghi che hai portato nel tuo romanzo?

Ho volutamente tenuto lontani dalla narrazione i posti del mio cuore perché temevo che non avrei saputo mettere nella narrazione la giusta distanza emotiva. Ma molti luoghi-feticcio che compaiono nel romanzo li ho presi dalla mia infanzia a Forlì (il giocattolaio, la piscina, la parrocchia). E in una bellissima Firenze è ambientato il capitolo del matrimonio di Serena, come piccolo omaggio alla mia città adottiva.

  • Il tuo debutto ha avuto un ottimo riscontro in termini di diffusione e apprezzamento da parte dei lettori. Cosa ti ha colpito maggiormente di questa dimensione?

Mi ha colpito soprattutto l’immenso affetto delle persone: ho ricevuto tanti messaggi di sostegno e di fiducia, e tanti commenti. Questo libro, come ogni libro, non è di chi l’ha scritto ma di chi lo legge: e sono felice che i lettori abbiano preso così in fretta il controllo e il potere!

  1. Quali consigli daresti a chi vuole cimentarsi nel mondo della scrittura?

Accettare le critiche come il più prezioso dei regali: è più utile una critica sensata che mille complimenti. Perseverare, sempre. Evitare i falsi e autocommiseranti stereotipi sugli esordienti (“pubblica solo chi ha un cugino in Mondadori”, “pubblicano solo i calciatori e i blogger”, “nessuno capirà mai il mio immenso talento”).

  1. Cosa sta leggendo in questo momento Nicoletta Verna?

Ho appena iniziato Lingua madre di Maddalena Fingerle, che ha vinto l’ultima edizione del Premio Calvino e ha scritto un romanzo incredibile sull’ossessione per le “parole sporche”. È un’idea folgorante e lei la porta avanti benissimo.

  1. Hai già idee per il prossimo libro?

Sì: vorrei scrivere un’altra storia familiare, ancora con un io narrante femminile che questa volta abbia però uno sguardo più “politico”. Che vada oltre l’individualità per allargare lo sguardo sulla storia, sulla società e anche sulla condizione femminile.

Erika Pucci

@erykaluna

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nicoletta verna

ultimo aggiornamento: 21-04-2021


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