Giorgio Pini e Carlo Gnetti riportano alla luce l’“infanzia rubata”: la storia dimenticata dei bambini nel manicomio di Maggiano

Esiste una pagina dolorosa della storia della psichiatria italiana che per molto tempo è rimasta nell’ombra: quella dei bambini ricoverati nei manicomi nella prima metà del Novecento. Una realtà fatta di emarginazione, solitudine e diagnosi spesso legate non solo alla malattia, ma anche alla povertà e al disagio sociale.

A riportare alla luce queste vicende è un’indagine storica firmata dal dottor Giorgio Pini, neuropsichiatra infantile, in pensione, che ha operato per anni all’ospedale Versilia, e scrittore, e dal giornalista Carlo Gnetti, pubblicata sulla Rivista Sperimentale di Freniatria (FrancoAngeli) con il titolo “Infanzia rubata: storie di bambini in manicomio”.

Lo studio ricostruisce in particolare ciò che accadeva all’interno del manicomio di Maggiano, nel territorio lucchese, una delle strutture psichiatriche più conosciute d’Italia.

Un padiglione per i bambini: tra protezione e isolamento

Nella prima metà del Novecento i minori considerati affetti da “anomalie mentali” venivano spesso ricoverati negli stessi ambienti destinati agli adulti.

Un cambiamento arrivò nel 1935, quando davanti alla struttura principale del manicomio di Maggiano venne inaugurato un nuovo padiglione destinato esclusivamente ai bambini fino ai 15 anni. Una sezione pensata per loro, ma che rimase comunque inserita nella logica dell’istituzione manicomiale dell’epoca.

Il reparto rimase attivo fino al 1946.

Ma chi erano quei bambini? E soprattutto: perché venivano portati dietro quelle mura?

Quando la povertà veniva scambiata per follia

L’analisi dei registri e della documentazione relativa agli anni 1931-1942 racconta una realtà complessa.

Le diagnosi più frequenti riguardavano il ritardo mentale, alcune patologie neurologiche come l’epilessia e generici disturbi del comportamento. Ma dietro molte di quelle cartelle cliniche emergevano storie diverse: bambini provenienti da famiglie in difficoltà, segnati dalla miseria, dall’abbandono o dall’impossibilità di ricevere adeguato sostegno educativo.

Il manicomio, in molti casi, diventava così una risposta non soltanto sanitaria, ma anche sociale: un luogo dove venivano rinchiuse fragilità che spesso avrebbero avuto bisogno di assistenza, scuola e inclusione.

Una memoria necessaria

Il lavoro di Pini e Gnetti non rappresenta soltanto una ricerca storica, ma un importante contributo per comprendere l’evoluzione della neuropsichiatria infantile e delle politiche dedicate alla tutela dei minori.

Ricordare la storia dei bambini di Maggiano significa guardare a un passato difficile, fatto di diritti negati e vite dimenticate, ma anche riconoscere il lungo percorso compiuto dalla società italiana nella protezione dell’infanzia e nella cura delle persone più fragili.

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