Di Letizia Tassinari
LIDO DI CAMAIORE – Dopo l’ennesima aggressione ai danni del personale sanitario del Pronto soccorso dell’ospedale Versilia, torna con forza il tema della sicurezza nei luoghi dell’emergenza-urgenza.
L’ultimo episodio, con un infermiere colpito a pugni, riaccende una questione che da tempo riguarda medici, infermieri e operatori sanitari: come garantire loro protezione senza trasformare gli ospedali in presidi militarizzati?
Ne parliamo con il dottor Giuseppe Pepe, direttore del Pronto soccorso dell’ospedale Versilia e presidente della Simeu, Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza, che propone di cambiare prospettiva: non soltanto più uomini in divisa dentro gli ospedali, ma strumenti di prevenzione, tecnologia e una gestione diversa delle situazioni di pericolo.
Dottor Pepe, partiamo dall’ennesima aggressione avvenuta al Pronto soccorso del Versilia. Un infermiere è stato preso a pugni. Cosa significa, oggi, lavorare in un Pronto soccorso?
“Significa lavorare quotidianamente in una situazione nella quale il personale sanitario è esposto a tensioni e comportamenti aggressivi che non dovrebbero mai essere considerati “normali” o inevitabili. Chi entra in un Pronto soccorso deve poter essere assistito e, allo stesso tempo, chi lavora deve poter svolgere il proprio compito senza rischiare di essere aggredito”.
Dopo episodi di questo tipo, la richiesta più immediata è quella di avere le forze dell’ordine presenti in ospedale 24 ore su 24. È davvero questa la soluzione?
“Non credo che sia la risposta più efficace. Dobbiamo chiederci anche dove siano necessarie le forze dell’ordine e quali risorse abbiamo realmente a disposizione. Se gli agenti sono pochi, sottrarli al controllo delle strade e del territorio per presidiare stabilmente un Pronto soccorso rischia di essere una soluzione solo apparentemente rassicurante. Gli agenti devono poter intervenire sul territorio, prevenire i reati e arrestare chi commette violenze. Non possiamo pensare di risolvere il problema spostando semplicemente gli uomini in divisa dalla strada all’ospedale. Piuttosto mettiamo l’Esercito, i militari della Folgore!”
Quindi lei è contrario al posto di Polizia fisso h24 nei Pronto soccorso?
“Per come è concepito, non penso che un posto di Polizia h24 sia necessariamente lo strumento che ci serve.
Il tema va affrontato partendo da un’analisi concreta del fenomeno e individuando soluzioni sostenibili. Non possiamo limitarci a dire “mettiamo la Polizia in ospedale”. Dobbiamo domandarci cosa succede prima, durante e dopo un’aggressione e come possiamo prevenirla.
Quali sarebbero, allora, gli strumenti che potrebbero realmente aumentare la sicurezza?
Ci sono diverse possibilità. Innanzitutto l’installazione di telecamere di videosorveglianza nelle aree non assistenziali, che consentirebbero di documentare gli episodi e, quando necessario, di identificare successivamente gli autori delle aggressioni. Poi ci sono le bodycam per gli operatori che lavorano nell’accoglienza, che rappresentano un ulteriore strumento di deterrenza e di documentazione. Sono strumenti che possono aiutare a prevenire e a ricostruire quello che accade, senza dover necessariamente trasformare ogni Pronto soccorso in una struttura presidiata permanentemente dalle forze dell’ordine”.
Lei ha parlato anche della possibilità di utilizzare l’Esercito nei Pronto soccorso dove si verificano più aggressioni. Non rischiamo davvero di arrivare a una militarizzazione degli ospedali?
“È proprio questo il punto. Se dobbiamo arrivare alla militarizzazione del Pronto soccorso, allora significa che forse non abbiamo affrontato correttamente il problema alla radice. Era una provocazione, ma serve a rendere l’idea: non possiamo immaginare un ospedale trasformato in una zona militarizzata. La sicurezza deve essere garantita, ma dobbiamo trovare strumenti proporzionati e soprattutto efficaci”.
C’è però un momento particolarmente delicato: quello del trasporto in ambulanza di una persona violenta. Come dovrebbe essere gestita una situazione del genere?
“È un altro aspetto che va affrontato. In presenza di soggetti che rappresentano un pericolo, bisogna pensare a protocolli che consentano di gestire la situazione già sul territorio, prima dell’arrivo in ospedale. Una delle ipotesi è che l’ambulanza possa provvedere alla stabilizzazione della persona e che il soggetto venga poi condotto, quando ne ricorrono i presupposti, in una camera di sicurezza. In questo modo si evita che una situazione potenzialmente pericolosa venga semplicemente trasferita all’interno di un Pronto soccorso, dove il personale sanitario deve occuparsi prima di tutto dell’assistenza”.
Quindi la questione della sicurezza non riguarda soltanto ciò che accade dentro il Pronto soccorso?
“Assolutamente no. È necessario ragionare sull’intero percorso. Se una persona violenta arriva in ospedale attraverso il 118, il problema non può iniziare soltanto quando attraversa la porta del Pronto soccorso. Serve un coordinamento tra chi interviene sul territorio, chi trasporta il paziente e chi lo prende in carico in ospedale”.
In questo quadro, qual è secondo lei il ruolo della prevenzione?
“È fondamentale. E prevenzione significa anche permettere alle forze dell’ordine di essere dove possono impedire che i reati avvengano. Io gli agenti li voglio sulla strada, a intervenire contro i criminali, non chiusi in ospedale a proteggerci dalle persone violente che vengono portate dal 118. Questa, per me, è prevenzione”.
Ma cosa risponde a chi, dopo un’aggressione, dice semplicemente: “servono più poliziotti dentro gli ospedali”?
“Rispondo che la domanda è comprensibile, perché chi lavora in un Pronto soccorso deve sentirsi protetto. Ma dobbiamo avere il coraggio di analizzare il problema nel suo complesso. Non basta mettere una divisa all’ingresso di un ospedale per risolvere il fenomeno delle aggressioni. Servono tecnologia, protocolli, prevenzione, strumenti di identificazione e una collaborazione efficace tra sanità, forze dell’ordine e istituzioni”.
Quindi la sua è una proposta che dovrebbe essere discussa anche a livello istituzionale?
“La sicurezza degli operatori sanitari non può essere affidata all’emergenza del momento, ogni volta che si verifica un’aggressione. Deve diventare una strategia strutturale. Perché un infermiere, un medico o un operatore del Pronto soccorso deve poter curare una persona in difficoltà senza diventare, a sua volta, una vittima”.