Tra gli ospiti della nona edizione del Forum Internazionale della Formazione, in programma a Camaiore (Lucca) il 17 e 18 ottobre 2026 sul tema “Il coraggio”, sarà presente Ilaria Cucchi. Attivista per i diritti umani da oltre dieci anni, Cucchi è diventata una delle voci più riconosciute nel Paese sul tema della giustizia e della difesa dei diritti, un impegno nato dalla vicenda che ha coinvolto suo fratello Stefano e che l’ha portata a confrontarsi pubblicamente con temi di verità, memoria e responsabilità civile. “IL CORAGGIO DI EDUCARE, IL CORAGGIO DI TESTIMONIARE” è il significativo titolo del seminario che presenterà a Camaiore. L’abbiamo intervistata a pochi giorni dall’evento. Sul palco dell’Olivo, a presentare e moderare l’intervento della Cucchi, ci sarà il pedagogista Giorgio Costanza, al quale abbiamo riservato una domanda. Il forum è frutto della collaborazione tra il Prof. Alessandro Mariani, ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università degli Studi di Firenze, e Teseo, società di formazione con oltre venticinque anni di esperienza nel settore. La manifestazione è supportata dal contributo del Comune di Camaiore.
Quando una battaglia nasce da qualcosa di profondamente personale, in quale momento si comprende che quella battaglia riguarda anche gli altri?
Cucchi: L’ho capito molto presto. Il mio caso non era solo mio, non era solo della mia famiglia. Riguardava qualcosa di più grande. Me ne sono accorta quando attorno a me ha iniziato a stringersi la gente. Quando ho capito che la mia battaglia per la verità su Stefano era la battaglia di molte e molti. Ed è stato lo stesso momento in cui ho capito che, senza rendermene conto, avevo iniziato a fare politica. Quella con la P maiuscola. Quella tra la gente e per la gente. Il mio personale era diventato pubblico. E quindi politico.
Testimoniare significa anche esporsi allo sguardo e al giudizio degli altri. Quanto costa, personalmente, scegliere di non rimanere in silenzio?
Cucchi: Costa molto. Ma sarebbe ipocrita da parte mia far passare in secondo piano l’affetto e la stima di chi mi circonda. Ogni giorno, soprattutto online, ricevo offese gratuite, minacce, insulti. L’accusa più comune è di aver sfruttato la morte di mio fratello per un guadagno personale. E allora lo rivendico: sì, ho sfruttato e continuo a sfruttare la morte di mio fratello. Per fare in modo che quello che è successo alla mia famiglia non succeda ad altri.
Che responsabilità nasce quando la propria voce comincia a rappresentare anche persone che una voce non riescono ad averla?
Cucchi: È una grande responsabilità. A volte si creano aspettative enormi. Quando diventi, in qualche modo, un simbolo, il rischio è che gli altri si dimentichino che sei comunque un essere umano, con pregi, difetti e limiti. Cerco di onorare questa responsabilità restando a disposizione delle persone, senza mai dimenticare chi sono e continuando le battaglie che porto avanti da tanti anni. E da quando sono dentro le istituzioni, se possibile, con ancora più forza.
Guardando indietro al percorso compiuto, che cosa ha scoperto di se stessa che prima non sapeva?
Cucchi: Ho scoperto di avere una forza e una resistenza che non credevo di avere. Ho imparato a trasformare il dolore in azione, senza lasciarmene consumare. Ho capito di poter stare dentro le istituzioni senza esserne addomesticata. E ho trovato dentro di me un’empatia più larga: la capacità di riconoscere il mio dolore in quello di persone che non conosco nemmeno.
Giorgio Costanza. Perché oggi educare richiede coraggio? Quali sono, secondo lei, le responsabilità più difficili per chi ha un ruolo educativo?
Costanza: Educare ha sempre richiesto coraggio, perché significa assumersi una responsabilità verso qualcuno senza poter conoscere in anticipo l’esito della propria azione. Oggi questa responsabilità è ancora più evidente: incontriamo fragilità, disuguaglianze, solitudini, discorsi d’odio e nuove forme di esclusione. Paulo Freire ci ha insegnato che l’educazione non è mai neutrale: educare significa scegliere da che parte stare quando sono in gioco libertà e dignità. Il coraggio educativo consiste allora nel non voltarsi dall’altra parte, nel vedere e nel prendere posizione. Ma anche nell’accompagnare l’altro senza sostituirsi a lui, perché il fine dell’educazione rimane aiutarlo a diventare libero, autonomo e responsabile.