Il lato oscuro della moda, operai sfruttati: due aziende finiscono sotto amministrazione giudiziaria

PRATO – Abiti destinati a conquistare il mercato italiano e internazionale, marchi conosciuti anche nella fascia medio-alta e, dietro le quinte, una filiera produttiva nella quale il risparmio sui costi sarebbe passato attraverso lo sfruttamento dei lavoratori. È lo scenario ricostruito dalla Procura di Prato, che ha ottenuto dal Tribunale di prevenzione di Firenze l’amministrazione giudiziaria per due società del settore della moda, con sedi legali a Signa e Campi Bisenzio.

Un provvedimento che porta l’attenzione ben oltre le aziende materialmente coinvolte nello sfruttamento. Perché il punto centrale dell’indagine è proprio il ruolo di chi, pur non gestendo direttamente i laboratori, avrebbe beneficiato di un sistema produttivo fondato su manodopera sottopagata, condizioni di lavoro degradanti e controlli insufficienti. Le due società, secondo quanto riconosciuto dal Tribunale, avrebbero colposamente agevolato l’attività illecita attraverso una grave carenza di vigilanza sulle imprese alle quali avevano affidato parte della produzione.

A gestire l’organizzazione imprenditoriale finita al centro degli accertamenti sarebbero stati cittadini albanesi, indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Le vittime, secondo la ricostruzione investigativa, erano operai albanesi e bengalesi, lavoratori particolarmente vulnerabili, privi di effettivo potere contrattuale e spesso ignari dei propri diritti sindacali.

Le condizioni nelle quali sarebbero stati costretti a lavorare delineano un quadro pesante: turni estenuanti, compensi inadeguati, ferie e riposi negati, contratti collettivi non appropriati e buste paga artefatte. In alcuni casi sarebbero stati impiegati anche lavoratori in nero e persone prive di regolare permesso di soggiorno. Alle irregolarità economiche e contrattuali si sarebbero aggiunti soprusi, offese, violenze e un controllo fisico costante sulle maestranze, costrette a vivere anche in condizioni alloggiative degradanti.

Non si sarebbe trattato, dunque, di singole irregolarità, ma di un sistema organizzato, nel quale la compressione del costo del lavoro avrebbe rappresentato uno degli strumenti per aumentare i margini di guadagno e mantenere elevata la competitività sul mercato.

Gli investigatori hanno ricostruito i collegamenti tra le aziende committenti e le imprese terziste attraverso un articolato lavoro documentale. Durante controlli e perquisizioni sono stati acquisiti etichette, capi d’abbigliamento, fatture, documenti di trasporto, packing list, conversazioni in chat e corrispondenza elettronica. Materiale che, secondo la Procura, ha consentito di documentare la continuità dei rapporti commerciali e degli interessi economici tra le società.

Un dato emerge in particolare dagli atti: i rapporti tra una delle due aziende destinatarie dell’amministrazione giudiziaria e l’organizzazione imprenditoriale riconducibile agli indagati avrebbero prodotto per quest’ultima introiti per circa 500mila euro.

Il vantaggio per le aziende committenti sarebbe stato altrettanto significativo: produzione a prezzi più contenuti e tempi di fabbricazione ridotti, con la possibilità di immettere più rapidamente i prodotti sul mercato. Un meccanismo che, secondo l’impostazione della Procura, avrebbe consentito di ottenere benefici economici attraverso una filiera contaminata dallo sfruttamento.

Sono diciotto i lavoratori che hanno collaborato con gli investigatori e che sono stati individuati come vittime dello sfruttamento. Per loro è stato richiesto il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di giustizia, previsto dalla normativa sull’immigrazione.

L’inchiesta presenta anche un elemento di particolare rilievo: per la prima volta, secondo quanto sottolineato dalla Procura, due amministrazioni giudiziarie vengono fondate su un’attività di sfruttamento lavorativo riconducibile a imprenditori albanesi, ai danni di lavoratori stranieri di nazionalità diversa da quella cinese. Si tratta inoltre del secondo provvedimento di amministrazione giudiziaria di questo tipo adottato in Toscana.

La misura prevista dall’articolo 34 del Codice antimafia rappresenta uno strumento di prevenzione che consente di intervenire sulle aziende che, pur non essendo direttamente responsabili della gestione dello sfruttamento, ne abbiano agevolato l’attività traendone vantaggio. L’obiettivo è risanare la filiera produttiva, impedendo che il ricorso a manodopera sfruttata diventi un fattore di competitività commerciale.

La strategia della Procura di Prato, guidata dal procuratore capo Luca Tescaroli, punta infatti a intervenire su entrambi i livelli del sistema: da una parte chi organizza materialmente lo sfruttamento, attraverso gli strumenti cautelari personali e reali; dall’altra le imprese ai vertici della catena produttiva, attraverso le misure di prevenzione.

Un fenomeno che, secondo la Procura, ha ormai caratteristiche sistematiche nel territorio pratese e coinvolge lavoratori di diverse nazionalità: albanesi, cinesi, pakistani, bengalesi e africani. Un mercato illegale che non danneggia soltanto chi è costretto a lavorare in condizioni inaccettabili, ma altera anche la concorrenza, penalizzando gli imprenditori che rispettano le regole.

L’attività è stata condotta con il supporto investigativo del Gruppo antitratta e anticaporalato dell’Asl Toscana Centro e del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza. Nel suo intervento, il procuratore Tescaroli richiama infine l’attenzione sulla necessità di rafforzare gli organici della Procura e delle forze di polizia giudiziaria, soprattutto dei reparti specializzati. La complessità delle indagini e la dimensione del fenomeno, sottolinea, richiedono risorse umane adeguate per rendere più capillare l’azione di contrasto.

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