Donne scomparse: è morto Francesco Tureddi, teste chiave nel processo

I funerali sono fissati per mercoledi 17 ottobre alle 15 alla chiesa di San Giuseppe a Torre del Lago

E’ morto Francesco Tureddi. “Era da circa due mesi che stava male, molto male – spiega il suo legale, l’avvocato Aldo Lasagna -, ed era stato ricoverato in ospedale, sia a Lucca che a Cisanello”. Ed è proprio all’ospedale pisano che è deceduto. Domani la salma tornerà a Torre del Lago. I funerali sono fissati per mercoledi 17 ottobre alle 15 alla chiesa di San Giuseppe, parrocchia della frazione pucciniana.

Era stato proprio “Cecchino”, il “pentito”,  il teste chiave del pubblico ministero Sara Polino nel processo di primo grado sulle donne scomparse dal campo di Torre del Lago, finito con la condanna di Massimo Remorini e della badante Maria Casentini. Condanna confermata sia in Appello che in Cassazione.

“Ho sempre creduto che abbia detto la verità”, afferma il legale: “Una verità che ha portato alla triplice condanna nei tre gradi di giudizio di chi ha ucciso Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro. Mai dimenticherò quei momenti iniziali del nostro colloquio, in quella angusta stanza, in cui era trattenuto in stato di fermo. Ricorda, gli dissi allora, che se vuoi dire la verità, allora e’ meglio che tu la racconti tutta”.

“Non so dove sono le donne. Non l’ho mai saputo dove hanno gettato i sacchi dell’immondizia con i loro resti. Io ho solo buttato via il bidone dove Massimo Remorini e Maria Casentini le hanno bruciate. Perché le hanno uccise? Perché Velia e Maddalena volevano denunciare Massimo”. Iniziò cosi la sua deposizione fiume, confermando tutto quanto messo a verbale nel febbraio 2011 in caserma dai militari dell’Arma e durante l’incidente probatorio. Ricordi ancora vivi, di quello che era il campo degli orrori dove Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro vivevano, come segregate, dopo la vendita delle loro due case alla famiglia dell’avvocato Giunio Massa, anche lui sotto processo con il rito abbreviato. Il luogo, con le roulotte e la casina di legno, la carriola, i bidoni, “Cecchino” li ha descritti nei minimi particolari. Cosi come ha ricordato della sedia a rotelle, dove l’anziana madre di David Paolini, il figlio e nipote delle scomparse, sedeva, avendo problemi di deambulazione, delle punture di novalgina fatte dalla Casentini, per sedarla, e di aver venduto, dopo la scomparsa, in un Compro Oro di Viareggio, incaricato da Remorini, i gioielli delle due donne, ricavandone poco più di 800 euro. Consapevole di dover pagare il suo debito con la giustizia per aver falsamente dichiarato in precedenza di aver visto Claudia Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro allontanarsi volontariamente dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago a bordo di una vecchia Mercedes nera targata Milano, guidata da un uomo dalla pelle olivastra, “Cecchino”, in aula aveva ribadito di non aver ucciso le due donne e di non aver nemmeno contribuito ad occultarne i cadaveri: come aveva già detto pubblicamente, Tureddi si è tolto un peso dalla coscienza, e ha confermato di aver solo gettato in un cassonetto al Pollino il bidone. Ad uccidere Velia e Maddalena, e a gettarne via i resti, sarebbero stati Massimo Remorini e Maria Casentini. Ad agosto, arrivando al campo, “Cecchino”, come raccontato anche ai media illo tempore, avrebbe trovato lo “zio” intento a bruciare qualcosa in un bidone, e Remorini gli avrebbe risposto che dentro a quel grosso fusto stava dando fuoco al corpo di Velia. “Il fuoco era alto, non ho visto il corpo”, aveva affermato rispondendo alle domande della pm. Poi aveva riferito, confermando quanto già verbalizzato negli anni addietro, di essere entrato, nel mese di settembre 2010, nel terreno per prendere degli attrezzi e vedendo quel bidone, rosso, usato in genere per bruciare i rifiuti, e ricordando la frase dell’amico, alla quale ad agosto non aveva creduto, ci aveva guardato dentro scoprendo il corpo fatto a pezzi e semibruciato dell’anziana Maddalena, con il cranio fracassato forse da una badilata. “Non sono un assassino – aveva ripetuto – , non le ho uccise io, mi sono spaventato, e pur chiamando Remorini sul cellulare per chiedergli cosa avesse fatto, poi sono scappato”. Morte e bruciate. Sarebbe questo il tragico epilogo della scomparsa da Torre del Lago di Claudia Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro. E il bidone dove i corpi sono stati ridotti in cenere, schiacciato con una ruspa.  Francesco Tureddi, imputato nel processo per favoreggiamento, l’anello debole del giallo che per mesi ha tenuto impegnati gli inquirenti, nel febbraio 2011 era crollato e da allora non ha più cambiato la sua versione e lo ripete come una litania: “Mi sono liberato la coscienza – aveva affermato, e lo ha confermato in Corte d’Assise -, avevo un peso sullo stomaco che non mi faceva più dormire. Tutte le notti uscivo dalla pensione dove vivo e mi mettevo a camminare come un’anima in pena per le strade di Lido di Camaiore. Una cosa è l’amicizia, conosco Massimo Remorini da una vita, e mi dispiace per la sua famiglia, ma questo per me è troppo”. “Ad agosto, arrivando al campo, Cecchino aveva trovato Massimo Remorini che stava bruciando non so cosa in un bidone – ripete, ad abudantiam -, e gli ho chiesto cosa stesse facendo”. Lui, lo “zio”, gli avrebbe risposto che dentro a quel grosso fusto stava dando fuoco al corpo di Velia. Ma Cecchino non gli crede: “Ho pensato che mi stesse prendendo in giro, e me ne sono andato”. Ma il mese dopo, poco dopo la metà di settembre, entrato nel terreno per prendere degli attrezzi rivede quel bidone, ricorda la frase dell’amico e incuriosito ci guarda dentro: “ ho visto una cosa terribile, mai vista in vita mia, una scena da film macabro”. La nonna, come Tureddi ha sempre chiamato l’anziana madre di Velia Carmazzi, era chiusa dentro, pigiata e ripiegata in due, mezza bruciata. Una scena terrificante, da film dell’orrore, quella descritta nell’aula del tribunale di Lucca, dove gli spettatori sono il presidente della Corte Billè, il giudice a latere e i giudici popolari.  “Sulla parte destra del cranio aveva anche una grossa ferita, si vedeva il cervello – precisa “Cecchino”-, come se le avessero dato una botta in testa con una vanga”. Tureddi spaventato chiama Remorini, e gli chiede “cosa hai fatto?”, poi fugge e tace. Non solo, inizialmente copre l’amico, creandogli un alibi, affermando di aver visto madre e figlia andarsene con un uomo: “Mi ha minacciato, se avessi raccontato la verità, e anche offerto 10mila euro per il mio silenzio, e una casa dove poter vivere, ma a questo punto non potevo più nasconderla”. E la sua voglia di parlare è racchiusa nelle due telefonate al 112 e al 113 fatte il 10 gennaio a distanza di pochi minuti quando, senza trovarli, chiede di parlare con il maggiore Andrea Pasquali e poi con l’allora dirigente del Commissariato di Polizia Leopoldo Laricchia. “Telefono per le due donne scomparse – aveva detto all’operatore – ho una lametta in mano e voglio farla finita”. Cosa avesse voluto raccontare a carabinieri e polizia lo ha detto poi, dopo la notifica dell’avviso di garanzia e la perquisizione nella camera della pensione Mirafiori, dove viveva, e al campo di Piano di Mommio dove si trovavano accatastati gli infissi delle case delle due donne, e i mobili e l’argenteria di Raffaella Villa. In mano agli inquirenti, come si leggeva nell’ordinanza del Gip, c’è sia l’intercettazione della telefonata tra lui e Maria Casentini che quella della telefonata tra la badante e lo “zio”. “ Lo sai che il Cecchino le bugie non le sa dire, è sempre sincero. Io non ne ho più voglia, a questo punto. In quel discorso lì io non ho carattere, magari in altre cose sono forte, ma in queste cose qui…”. E Francesco Tureddi non aveva avuto più voglia di tacere. “Sono stato un ladro, e un rapinatore, e ho pagato per questo – aggiunse -, ma non ho mai ucciso nessuno”. L’accusa nei confronti di Remorini è di averle fatte fuori: “so che le due donne lo volevano denunciare, e Maria Casentini le imbottiva di Novalgina”. Avvelenate con i medicinali? Uccise volontariamente? I corpi non sono mai stati ritrovati.  Quel bidone dove le due donne  sarebbero state bruciate, a quanto riferito da “Cecchino”, era stato avvolto in un coprimaterasso, caricato su un Berlingo e gettato in un cassonetto vicino al Pollino, a Pietrasanta, pochi giorni prima che i carabinieri del Ris iniziassero a scavare nel campo degli orrori. “Ce l’ho portato io – aveva confessato -, ma è l’unica cosa che ho fatto”.  E Tureddi venne assolto.

Risale a maggio di quest’anno l’ultima sua testimonianza a Lucca, contro Remorini, condannato a 6 mesi per averlo minacciato in aula durante il processo per le donne scomparse: “Ti taglio la gola”.  Il gesto choc, con tanto di mano sul collo, inequivocabile, come una frase, fu fatto dallo “zio”, in aula in corte d’Assise, subito dopo la deposizione del teste chiave, Francesco Tureddi. ‘Cecchino’ si era trovato, quindi, ancora una volta, nella veste di gran testimone ed accusatore dell’ex-amico, nonchè guardiano del campo dove le anziane donne erano state tenute segregate, unitamente ad una guardia penitenziaria in servizio al carcere San Giorgio di Lucca, chiamato a deporre sulla circostanza.

Una vita per strada – famose le sue proteste davanti al Comune, dove spesso si è anche incatenato, per ottenere una casa –  ora, Tureddi, ha trovato pace.

Aggiornato il: 15-10-2018 16:08