Rissa al Forte dei Marmi, tra lusso e violenza: quando la “bravata” cambia nome a seconda di chi la commette

Di Alberto Macaluso

Notte fonda nel salotto buono della Versilia, volano sedie, tavoli e una bici. Se a tirarle era un ragazzino di periferia oggi eravamo in Parlamento. Le hanno tirate i cognomi pesanti, con insulti omofobi come firma finale, e in due giorni è già tutto tornato in silenzio. E non è nemmeno la prima volta.

C’è una cosa che si impara guardando come vengono raccontati i fatti, e non i fatti in sé. La stessa azione, identica, cambia nome a seconda di chi la compie. Tienilo a mente mentre leggi il resto, perché è tutto lì dentro.

Forte dei Marmi, notte fonda, il pezzo di costa più caro d’Italia. Io ci arrivo da casa in un quarto d’ora, quindi non sto parlando di un posto sulla luna. Davanti a uno di quei locali dove ci si veste bene per farsi vedere, a un certo punto volano sedie, vola un tavolo, vola una bicicletta addosso alla gente. Non uno spintone tra ubriachi, una guerriglia in piena regola. E a tirarle non erano i soliti disperati che fanno comodo alla narrazione: erano figli di ville, di barche, di orologi che tu non ti ripaghi in trent’anni di lavoro onesto.

Adesso fai un esercizio. La stessa scena, gli stessi mobili in aria, spostala allo Zen, a Scampia, a Tor Bella Monaca. Sai già come andava a finire. Titoli per una settimana, editoriali sul degrado, gente in televisione a spiegarti la cultura di quei quartieri, l’inciviltà, il disagio, i genitori che non educano. Invece qui, cognomi pesanti, e nel giro di due giorni è già “una ragazzata estiva”. La stessa sedia in testa: da una parte è emergenza sociale, dall’altra è goliardia.

Anzi, guarda i giorni. Ne sono passati due, e della cosa non parla già più nessuno. Silenzio. Se quella rissa la facevano dei ragazzi poveri, o peggio ancora degli extracomunitari, oggi ne discutevamo a reti unificate, con tutta probabilità la questione arrivava in Parlamento e qualcuno ci costruiva sopra una campagna elettorale. E invece niente. Tutto zitto, tutto tace. Il silenzio, quando è così selettivo, è la notizia più grossa di tutte.

E qui voglio spingermi dove di solito non si va. Mettici che uno di quei ragazzini di periferia, oltre che povero, fosse pure nero. A quel punto la frase la conosciamo a memoria: “a casa loro”. Rimandarlo indietro, rispedirlo da dove è venuto. Bene, allora facciamo pari. Il rampollo di buona famiglia milanese che spacca la Versilia a mani nude, lui dove lo rispediamo? A Milano? In via Montenapoleone? Perché se la regola è che chi si comporta male torna da dove viene, quella regola deve valere per tutti, oppure non è una regola, è solo razzismo con la puzza sotto il naso.

In questi giorni su TikTok gira il video di un politico americano, James Talarico, che dice una cosa semplice e vera. La linea che ci divide davvero non è quella che ci mettono davanti ogni sera, destra contro sinistra. È un’altra, ed è verticale: c’è chi sta in alto e chi sta in basso. Non è una faccenda di etnia, di provenienza, di bandiera. È una questione di chi può permettersi di sbagliare senza pagare, e chi no.

Perché è questo il nocciolo. Il ragazzo di Scampia che tira una sedia si prende una denuncia e un’etichetta che si porta dietro per vent’anni. Il ragazzo di Forte dei Marmi che tira la stessa sedia si prende una telefonata a un avvocato e una pacca sulla spalla. Uno paga di persona, all’altro pagano gli altri.

E questa rissa non è nemmeno il caso peggiore, purtroppo. Solo un mese fa, sempre da queste parti, un SUV di grossa cilindrata ha travolto due ragazzi. Uno dei due è morto. E chi era a bordo si è allontanato lasciando la macchina lì, senza nemmeno fermarsi a chiamare i soccorsi. Una rissa e una tragedia sono cose diverse, non le metto sullo stesso piano. Ma la testa da cui nascono è la stessa: le regole, e prima ancora la decenza, sono roba per gli altri.

Poi ti chiedi dove fossero i genitori. Bella domanda. Al ristorante, alla festa, sulla barca. L’educazione l’hanno appaltata anni fa, alla tata, alla scuola giusta, all’autista. Hanno pagato tutto e cresciuto niente.

E arrivo al pezzo che mi ha tolto la voglia di chiamarla ragazzata. Perché mentre volavano i mobili, questi signorini si sono messi a urlare “frocio di merda”. Ripetuto, come fosse la mazzata più grossa che avevano in tasca.

Quell’urlo racconta tutto sull’ambiente da cui esce. Una casa dove i soldi non sono mai mancati e il rispetto non è mai entrato dalla porta.

La storia queste cose le ha già viste, e sa come vanno. Prima si rompe una città per noia, poi si sputa addosso al diverso di turno. È la stessa radice: l’idea che certe persone contino e altre siano scarti.

Quindi no, non è una bravata. È una radiografia. E la Versilia, che questo mondo lo ospita e lo serve puntuale ogni estate, prima o poi una domanda onesta se la deve fare: a chi stiamo tenendo la porta aperta, e a chi la stiamo chiudendo in faccia?

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