Pablo Trincia alla Versiliana, due ore che ti lasciano l’amaro in bocca. Andateci lo stesso

«L’uomo sbagliato» al Teatro La Versiliana, il debutto teatrale di Pablo Trincia sul caso del serial killer Ezzeddine Sebai e sugli innocenti finiti in carcere al posto suo. Teatro quasi pieno, pubblico di tutte le età, e una serata che non si dimentica in fretta.

Parto da una premessa doverosa: io la cronaca nera non la seguo. Mi mette a disagio, e i podcast true crime li ho sempre guardati con il distacco di chi ci vede più il fenomeno editoriale che il contenuto.

Sabato sera al Teatro La Versiliana sono rimasto inchiodato alla poltrona per due ore.

Per chi negli ultimi anni ha vissuto sulla Luna, una presentazione veloce. Pablo Trincia è un giornalista, è stato una Iena, e poi è diventato l’uomo che in Italia ha fatto sfondare il podcast true crime con «Veleno»: milioni di ascolti e il primo podcast italiano diventato una docuserie. Oggi, oltre che autore e regista, è direttore creativo di Chora Media, uno dei più grossi editori italiani di podcast, con oltre 11 milioni di euro di fatturato in un momento in cui gli editori chiudono o tirano la cinghia.

Pablo Trincia sul palco del Teatro La Versiliana (foto Alberto Macaluso)
Pablo Trincia sul palco del Teatro La Versiliana (foto Alberto Macaluso)

«L’uomo sbagliato» è il suo debutto a teatro, scritto con Debora Campanella. Al centro c’è Ezzeddine Sebai, tunisino, che nel 2006 confessa dal carcere quattordici omicidi di donne anziane commessi nel sud Italia a metà degli anni Novanta. Confessione che manda all’aria decine di processi già chiusi, con sentenze definitive: per alcuni di quei delitti erano finite dentro persone innocenti, che da anni provano a dimostrarlo.

Sul palco Trincia lavora con video, testimonianze originali, documenti processuali e immagini d’archivio. Il risultato è un’inchiesta giornalistica che diventa spettacolo dal vivo senza perdere niente per strada.

E qui arriva la parte che non mi aspettavo. Ci sono stati momenti in cui non sono riuscito a trattenere le lacrime. Non per un effetto, non per la musica sotto: per la crudezza di una storia vera raccontata da uno che sa esattamente dove mettere le parole e dove mettere il silenzio. Quello che gli americani chiamano «storytelling», e che qui è semplicemente uno che ti racconta una cosa guardandoti negli occhi.

Due ore in scena da solo, senza scenografia (foto Alberto Macaluso)
Due ore in scena da solo, senza scenografia (foto Alberto Macaluso)

Accanto a me c’era la mia dolce metà, che questo genere di cose non le ama proprio e fino all’ultimo era indeciso se venire. È uscito ammaliato anche lui.

Perché il punto dello spettacolo non sono i fatti. Dietro una vicenda di cronaca non ci sono un articolo di giornale e due foto ingiallite. Ci sono persone. Ci sono famiglie che ancora oggi pagano per un delitto che non hanno commesso, colpevoli soltanto di essere povere, ultime, senza gli strumenti culturali per difendersi, e quindi facilissime da piegare per quelle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerle.

Il teatro era quasi pieno, un sold out mancato per poco, e meritatissimo. Ma la cosa che mi ha colpito di più non era sul palco, era in platea.

Pablo Trincia alla 47ª Versiliana (foto Alberto Macaluso)
Pablo Trincia alla 47ª Versiliana (foto Alberto Macaluso)

Poco più di una settimana fa, dallo stesso teatro, sono uscito arrabbiato perché i giovani in sala si contavano sulle dita di una mano. Sabato no. C’erano ragazzi, c’erano quarantenni, c’erano persone con i capelli bianchi, tutti insieme, tutti zitti a sentire un uomo solo che parlava.

Questo, per uno che di mestiere fa comunicazione, è un dato enorme: vuol dire che il podcast in Italia ha funzionato davvero, e che ha funzionato in modo trasversale. Ha portato a teatro un pubblico che il teatro, da solo, non riusciva più a chiamare.

Una raccomandazione onesta prima di prendere i biglietti: non è una serata leggera. Si esce con l’amaro in bocca, con la testa piena di domande e con una discreta voglia di prendersela con qualcuno. Se cercate due ore per staccare, guardate altrove.

Se invece volete vedere cosa succede quando il giornalismo d’inchiesta smette di essere un genere per addetti ai lavori e diventa una cosa che ti resta addosso, questo spettacolo va visto. Chiunque dovrebbe vederlo.

Sono uscito dalla pineta senza voglia di parlare. L’amaro in bocca ce l’ho ancora, e va bene così: vuol dire che ha funzionato.

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