BARGA – Una condanna a 14 anni e 8 mesi di reclusione per l’omicidio di Ursula Turri, l’operatrice socio-sanitaria di 49 anni trovata morta nella sua abitazione di Barga il 19 novembre 2019. E’ la sentenza, di oggi, della Corte d’Assise d’Appello per Fabio Picciolo, 60 anni, ex dipendente comunale ed ex compagno della donna, ribaltando l’assoluzione pronunciata in primo grado. La Corte ha inoltre disposto provvisionali risarcitorie di 80mila euro per il padre della vittima, 100mila per la figlia e 30mila per il fratello, rinviando al giudice civile la quantificazione definitiva dei danni. La difesa ha annunciato ricorso in Cassazione.
Il corpo trovato nel letto: da morte sospetta a omicidio
La vicenda risale a 7 anni fa. Ursula Turri viene trovata senza vita nella camera da letto della propria abitazione, in via Fontana, a Barga. In un primo momento fu presa in considerazione anche l’ipotesi di un decesso legato a cause naturali o a un’overdose. Gli accertamenti medico-legali portano però a una conclusione diversa: la donna è stata uccisa per soffocamento. Sul volto vennero rilevate lesioni compatibili con il contatto con il bordo di una federa, mentre altri segni vennero interpretati come possibili lesioni da difesa. L’ipotesi investigativa diventò, quindi, quella di un omicidio commesso nella camera da letto della vittima, utilizzando un cuscino. Le indagini si concentrarono sull’ambiente frequentato dalla donna e, in particolare, sulla relazione con Fabio Picciolo, con il quale aveva avuto un rapporto sentimentale discontinuo.
La gelosia e gli indizi esaminati dagli investigatori
Secondo la ricostruzione dell’accusa, alla base del delitto ci sarebbe stata la gelosia. Ursula avrebbe ripreso una relazione con un altro uomo e i messaggi scambiati nei giorni precedenti alla morte avrebbero mostrato, secondo gli inquirenti, un crescente stato di tensione.
Gli investigatori avevano analizzato telefoni cellulari, tabulati e dati informatici per ricostruire gli spostamenti e i contatti nelle ore del delitto. Tra gli elementi al centro del procedimento, un tentativo di collegamento del telefono riconducibile a Picciolo alla rete Wi-Fi dell’abitazione di Ursula, registrato alle 22.12 del 19 novembre.
Furono, inoltre, esaminate tracce genetiche, lesioni riscontrate sull’imputato e testimonianze sulle ultime ore di vita della donna. L’orario del decesso era stato uno degli aspetti più controversi: le valutazioni medico-legali e la ricostruzione accusatoria hanno collocato la morte in una fascia oraria diversa da quella ipotizzata nella sentenza di primo grado.
L’assoluzione e il processo rifatto da capo
Nel febbraio 2024 Fabio Picciolo era stato assolto dal giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Lucca. La decisione si fondava sul mancato raggiungimento della prova della sua responsabilità, nonostante fosse stato accertato che la morte della donna era stata provocata da un’azione violenta.
La Procura e il legale dei familiari, l’avvocato Paolo Mei, avevano presentato ricorso, contestando la valutazione di alcuni indizi e le conclusioni raggiunte in primo grado.
Nel giugno 2025 la Corte d’Appello di Firenze aveva disposto la rinnovazione dell’istruttoria. Il processo era quindi ripartito con il nuovo esame dei testimoni e dei consulenti, compresi gli esperti che avevano analizzato i dispositivi telefonici e i dati informatici. Un approfondimento destinato a riesaminare gli elementi che avevano diviso accusa e difesa.
La condanna in appello e il ricorso annunciato
La sentenza di oggi, 21 ottobre, segna una svolta giudiziaria per il caso di Ursula Turri: Picciolo è stato condannato a 14 anni e 8 mesi di reclusione. Il sostituto procuratore generale Fabio Origlio aveva chiesto una pena di 16 anni.
La difesa, affidata ai legali Riccardo Carloni e Francesco Marenghi. ha annunciato il ricorso in Cassazione, per cui la vicenda giudiziaria non è ancora conclusa.
