“Vani d’ombra” (Simone Innocenti, ed. Voland, 2019)

“Con un binocolo avrei tenuto la realtà a giusta distanza, avrei messo la vita nel mirino, l’avrei scoperta senza rimanerne compromesso, non mi sarei più vergognato”.

Vi ricordate i vostri 13 anni? Le estati lunghe, la curiosità, la noia del niente di particolare che accade soprattutto in una provincia rurale?

Michele Maestri ha appunto tredici anni e per sconfiggere la monotonia estiva nel suo piccolo paese di campagna utilizza un binocolo con cui spia le vite degli altri.

Uno schermo in cui storie e emozioni si amplificano nello sguardo incerto e curioso dell’adolescente. Un giorno i suoi occhi vedono qualcosa di sconvolgente riguardante una donna e gli incontri clandestini con una moltitudine di uomini. Una volta colto in flagrante, Matteo vivrà un evento traumatico che lo segnerà per sempre. Qui inizia il reticolo angosciante in cui il protagonista farà sempre i conti tra senso di colpa e di inadeguatezza, violenze non guarite, timore del bianco, colore simbolo del suo trauma. Il bianco dell’armadio in cui era stato rinchiuso diverrà il colore dell’angoscia, della paura, del conto che si ripresenta puntuale ogni volta che Michele cerca di uscire da se stesso per guardarsi dentro o per instaurare rapporti sani con chi incontra.

E’ una escalation di torbide emozioni quella in cui Simone Innocenti, al suo romanzo d’esordio pubblicato da Voland, conduce e strapazza il lettore. Nella discesa agli inferi sulla crescita e maturazione di Michele, due sono gli elementi di forza dell’autore. Da una parte una trama fatta di piccoli grandi e inattesi colpi di scena, capaci di ribaltare sempre la situazione, la percezione di sé, la collocazione nel mondo di se stessi. Dall’altra una lingua potente, volutamente spigolosa eppure fluida, netta ma incandescente: con nitidezza Simone ci porta nei meandri e nei labirinti del protagonista. Ad esempio la presentazione ricorrente del protagonista “Michele Maestri a trentasette anni…” declinato nelle varie età è un refrain forte che fa da cesura fra i vari stadi della storia di Michele. Solo alla fine capiremo il senso del binocolo, oggetto con cui la vicenda prende avvio. Era attraverso il binocolo che Michele cercava di porre la giusta distanza con le persone, con le cose, senza mettere in conto che tutto sconfina, in modo imprevedibile e non esiste rimedio alla distanza frapposta con la realtà. Il bianco, il binocolo, l’angoscia, il tormento, la colpa, i delitti, rendono questo romanzo capace di porsi nei romanzi di formazione al negativo. E’ infatti anche un testo denso e tagliente sulla fragilità dell’adolescenza e di quanto le ferite accumulate in quell’età siano spesso determinanti in età adulta.

Un esordio intrigante, in cui le capacità autoriali di Simone Innocenti emergono come autore capace di coinvolgere e ipnotizzare il pubblico con intreccio e parole, pronto a dissacrare e a sorprendere il pubblico mettendo in discussione continuamente punti di vista e valori.

“Michele Maestri a trentasette anni è seduto su una poltroncina di vimini e ha appena capito che gli altri non possono vedere, che anche le loro parole sono mute e cieche, sono da appallottolare, fogli bianchi neppure buoni da riciclare, filigrana sbagliata di sillabe e silenzi”

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